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14 febbraio 1996 Conferenza con dibattito di Francesco Amato, giudice di Corte d'Assise, dal titolo Il tempo dei lupi. Giustizia e informazione, con Ruggero Chinaglia, psicanalista, Umberto Curi, filosofo, Giovanni Palombarini, magistrato, Sala della Gran Guardia, Padova.


Di che cosa si tratta nella città? Di quale città si tratta di trovare i termini? La città in questione, la città intorno a cui ci interroghiamo è non già la città normalizzante, la città segregativa, la città inquinata, la città malata, la città minacciata da ogni male che si tratta quindi di eliminare o di purgare, o di bonificare, non già la città necrofila dominata dal pericolo di morte o di carcere, su cui molti mestieri e professioni si organizzano in un programma di morte, né la città della calma, la città dello psicofarmaco dove tutto deve essere gestito in nome dell'omogeneità, né la città dove l'assenza dell'Altro distribuisce i sudditi tra amici a nemici, tra il bene e il male. Questa sarebbe una città e una società senza tempo, senza occorrenza, senza contingente, dove non accadrebbe nulla, una città dunque senza miracolo. Sarebbe una città dove il fare passerebbe attraverso le categorie della possibilità, del dovere, del sapere, del potere. Si tratta invece di istituire, di vivere in un'altra città, in un'altra società: nella città e nella società del tempo. Da quando la parola originaria si è instaurata e, quindi, almeno a partire dalle questioni poste da Leonardo e da Machiavelli, si tratta della città dove essenziale è il dispositivo: dispositivo artificiale, artistico, culturale, per l'impresa e per la comunicazione, per la scrittura; cose che non hanno nulla di naturale, perché esigono lo sforzo quale sforzo intellettuale. Dunque, su cosa poggia questa città se non sulla libertà di arte, di cultura, d'impresa? Dove si costituisce? Si costituisce a partire dall'originarietà del due, poggia quindi sull'ossimoro, che è il modo del due. È a partire dall'ossimoro, che trovano modo di esistere l'indulgenza, la tolleranza, l'intelligenza, la generosità, che sono proprietà del diritto quale diritto dell'Altro. E, procedendo dal due, anche la giustizia non è più prerogativa umana, da amministrare e somministrare, ma è giustizia del sembiante, giustizia come modo in cui l'oggetto interviene nella parola, nella vita di ciascuno. Essenziale questa originarietà del due, con il suo modo, l'ossimoro, perché ciascuna ideologia, se ci riflettete, poggia invece sulla presunta originarietà dell'uno, sull'uno a partire da cui tutto procederebbe per divisione algebrica. A partire da questo, allora, la linea diviene la demarcazione tra l'amico e il nemico, tra il bene e il male, col conseguente scontro frontale come inevitabile. È ciò cui stiamo assistendo anche sulla scena politica nazionale, dove, a dispetto di ogni tentativo di accordo, di trattativa rimane poi lo scontro, la frontalità degli opposti schieramenti, senza un'integrazione fra le idee, i programmi che ciascuna parte propone. Senza questo due, infatti, non può instaurarsi quella che Machiavelli chiamava la lingua diplomatica, e viene mantenuta, invece, la lingua dei litiganti, quella lingua ritenuta personale che è la lingua di pertinenza della rissa politica. Tutto ciò, entra nel libro di Francesco Amato, Il tempo dei lupi, perché, c'è nella tessitura del romanzo, nella trama, negli avvenimenti che vi si svolgono e nel modo del racconto, c'è un'immagine, una proposta di città, di scenario dove le cose accadono, senza la prevalenza del bene sul male o dell'amico sul nemico, ma in un modo dove l'ossimoro fa da base. Il libro stesso è ossimorico, nel senso che al ritmo incalzante, anche se non vertiginoso - perché si tratta di un'indagine condotta da un magistrato e non già da un detective, quindi non segue il ritmo del romanzo d'azione, ma di ricerca - a questo ritmo incalzante si affianca la pacatezza del tono, la leggerezza con cui vengono affrontate le varie circostanze. È un libro che, nel corso del procedere della storia, non svela ma allude, senza nessuna rivelazione clamorosa, nessuna denuncia, nessun grido di allarme, ma con una sfilata di dettagli di cui l'autore lascia al lettore cogliere la combinazione e la cifra. Un altro aspetto molto importante, proprio per questa caratteristica ossimorica del libro è che, pur essendo la caratterizzazione dei personaggi qua e là contraddistinta da una certa ideologia, il libro non è ideologico. Ciascuna caratterizzazione, ciascun appello a questa o a quella ideologia che traspare poi come un contrappunto, quasi come un intervento del coro, in ciò che ciascun giornale, lungo lo snodarsi dell'indagine che viene raccontata, cerca di connotare, ebbene, tutto ciò resta come ammesso nella differenza, senza che una parte prevalga sull'altra parte, ma quasi nell'integrazione, dove sta al lettore cogliere il messaggio, cogliere la lezione che il racconto propone. In questo senso entra anche la questione dell'informazione, del modo in cui questo coro allude talvolta a una disinformazione, a una notizia, talora vera, talora falsa, perché è questa la questione che si pone oggi nella cosiddetta "società della comunicazione globale", che in nessun caso può porsi, proprio per la moltiplicazione delle fonti dell'informazione, che qualcosa sia o tutto vero o tutto falso, ma si tratta del vero-falso. Non c'è da sperare in una società tutta bianca, dove sia tutto vero, contro una società tutta nera, dove è tutto falso, ma è essenziale la questione dell'ossimoro, del vero-falso, che, quindi, non forma una coppia oppositiva, ma svolge nell'integrazione qualcosa di costitutivo che riguarda questo due originario. Un altro aspetto è che questo romanzo costituisce, a suo modo, un libro di giornalismo clinico, indica cioè, per il modo con cui propone questa funzione dell'informazione nella scena della vita civile, come il giornalista non debba accontentarsi di informare intorno all'accaduto, intorno al cosiddetto "fatto", ma non possa non considerare quello che sta accadendo, quel che sta intorno al "fatto", la sua logica, la sua struttura per giungere, quindi, all'evento, alla qualità delle cose, alla qualità di quel che avviene. E a questo è rivolta l'indagine, l'indagine stessa che costituisce l'ossatura del libro. Non tanto all'individuazione della colpa per la somministrazione della pena, che in fin dei conti resta sospesa, ma piuttosto a intendere, nell'integrazione, quel che sta accadendo, quel che segue, quel che accade ancora, nella combinazione degli avvenimenti; indica l'importanza della lettura di ciò che accade, senza accontentarsi di localizzare "il fatto". L'indicazione intorno alla verità che emerge dal libro è che la verità è effetto dell'indagine, senza che l'indagine giunga a una verità ultima, definitiva. Qua e là, infatti, il personaggio protagonista del libro si pone la questione: "Ma dov'è la verità?", "Cos'è la verità?", "Qual è la verità?", e mai viene posta una risposta frettolosa che dovrebbe acquietare la curiosità, la ricerca - istanze della verità - ma è lasciata lavorare, lasciata al proseguire della ricerca. La proposta, in qualche modo, è che, quindi, la via della verità sta nella sua ricerca, non già nelle formule rassicuranti che la possano definire o localizzare, quindi è una questione che resta aperta. In questo lasciare aperte le questioni mi sembra porsi anche la delicatezza di questo libro e un suo insegnamento. Ne risulta non già una scrittura accademica, ma una scrittura dell'esperienza, per Francesco Amato; infatti si situa lungo le questioni che ha incontrato in anni e anni di lavoro, e si svolge come scenario nell'ambiente della giustizia. Questa è sicuramente la qualità della scrittura, quella scrittura che, dunque, segue all'esperienza, si avvale dell'esperienza e giunge alla qualità proprio per la via della ricerca intorno a quel che l'esperienza propone. In qualche modo, forse, c'è un aspetto che riguarda proprio questa distinzione tra storia e poesia, che proprio in questa integrazione emerge la scrittura dell'esperienza di Francesco Amato nel libro. In qualche modo, in questa mancanza di storicità, di verità storica del libro c'è però la riuscita di quella funzione come giornalista storico e giornalista clinico, cioè il libro riesce a provocare nel lettore un'ulteriore istanza di indagine e di ricerca, che è a mio parere una funzione di quello che chiamo "il giornalista clinico", che sta non nel rilasciare la verità, ma nell'istigare, nel provocare a che ciascuno segua, con la ricerca, l'istanza della verità.
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