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14 febbraio 1996 Conferenza con dibattito di Francesco Amato, giudice di Corte d'Assise, dal titolo Il tempo dei lupi. Giustizia e informazione, con Ruggero Chinaglia, psicanalista, Umberto Curi, filosofo, Giovanni Palombarini, magistrato, Sala della Gran Guardia, Padova.


Credo che sia comprensibile che ciascuno di noi riferisca sue impressioni di lettura di questo libro; credo che sia anche comprensibile che ciascuna di queste impressioni di lettura risentano molto della personalità di ciascuno di noi e anche del lavoro che facciamo, di quella che abitualmente si chiama deformazione professionale. La mia impressione di lettura, filtrata attraverso la deformazione professionale del filosofo, è abbastanza strana, forse perfino eccentrica rispetto al tema della nostra discussione. Ed è un'impressione di lettura che è sostanzialmente ambivalente.
Da un lato la lettura di questo testo mi ha suscitato compiacimento. Si tratta di un testo che si legge volentieri, la cui lettura riesce a essere al tempo stesso coinvolgente, senza in nessun caso essere troppo impegnativa per quanto riguarda il dispiegamento di categorie di interpretazioni, dall'altro, la lettura di questo libro mi ha anche suscitato o, se volete, ha accresciuto, una mia preoccupazione. Per arrivare a spiegare perché, farò una breve premessa anche un po' stravagante, che però vedrete che serve per capire un po' il percorso di lettura che ho seguito e che in parte propongo.
Vorrei partire da una distinzione che per altro è antichissima, oltre che essere nota a tutti, una distinzione che risale addirittura a un libro bellissimo di Aristotele. La distinzione che sussiste, secondo le parole di Aristotele, tra la poesia, dove per poesia Aristotele intende ogni forma di poiesis e cioè, per intendersi, ogni forma di imitazione di azioni. Da un lato, dunque, la poesia, la poiesis come qualunque forma di imitazione: la tragedia è poesia, l'etica è poesia, poesia è quella in versi, poesia è anche la narrativa; la poesia, dunque, da un lato e la storia dall'altro. Aristotele puntualizza anche in maniera molto precisa la distinzione che sussiste tra la poesia, le varie forme della poesia, e la storia, perché, dice Aristotele, la storia riferisce i fatti che sono avvenuti, e cioè li riferisce disponendoli secondo una successione cronologica, mentre la poesia in tutte le articolazioni non tratta dei fatti avvenuti, ma di quelli che potrebbero avvenire o sarebbero potuti avvenire. E cioè, la poesia si riferisce ai possibili e non agli eventi che sono effettivamente avvenuti, e li racconta non come la storia, secondo un ordine cronologico, ma descrive questi fatti istituendo tra questi fatti un rapporto di verosimiglianza e di necessità. Insomma, tanto per capirsi, il resoconto che, a partire dagli stessi avvenimenti, fa il poeta è nettamente diverso da quello dello storico, perché lo storico si limita a riferire i fatti quali sono avvenuti, e li intende, li dispone in ordine cronologico; il poeta, invece, parla dei fatti possibili, a condizione che questi fatti possibili intrattengano tra loro un rapporto di verosimiglianza e di necessità.
Ma poi Aristotele non si ferma qui e fa un ulteriore passo, sul quale io invece mi soffermo, e cioè dice che non c'è solo questa distinzione, ce n'è un'altra che è connessa a quella che ho appena indicato, e cioè: mentre la storia parla dei fatti particolari, la poesia riferisce quello che Aristotele chiama l'universale. La poesia riferisce eventi possibili, verosimili, necessari e che hanno il carattere di universalità. Se noi, tanto per comodità, tanto per capire, se noi assumiamo questa distinzione che ormai è filtrata come una distinzione banale, non c'è nessun dubbio che il libro di Francesco Amato non è affatto e non vuole essere un libro di storia, e appartiene certamente, sotto il profilo tipologico, ad una delle forme di espressione della poiesis, o, se volete, se a qualcuno piace di più, ma fa male se gli piace usare un termine inglese invece che un termine greco, è una forma di fiction, che poi è l'esatto equivalente di poiesis.
C'è sempre il fare a fondamento di fiction. Che sia, dal punto di vista tipologico, questo libro, un romanzo, è non solo dichiarato perfino nella copertina, non solo è evidente dalla costruzione dell'intreccio, non solo è possibile rilevarlo, anche sotto il profilo stilistico, dal punto di vista del linguaggio, ma è evidentemente un romanzo proprio per il modo con il quale si riferisce agli avvenimenti dei quali prima parlavamo.
Non è un caso che il magistrato coraggioso, alla cui storia ci si riferisce in termini politici, non si chiama Vannini, ma appunto Ottorino Pesce, non è un caso che tutti i nomi sono codificati e che, mi pare anche in maniera particolarmente sintomatica, il romanzo, poiché di questo si tratta, si conclude con una storia d'amore. C'è questo congedo dalla vicenda strettamente connessa con i fatti di cronaca, e l'ultimo capitolo è questa storia d'amore tra due giovani che si conclude, tra l'altro, con una bella frase, una bella espressione che riguarda il tempo.
D'altra parte, se volessimo avere ulteriori elementi per capire che la tipologia a cui si riferisce questo testo è il romanzo, basti pensare che Francesco Amato non è alla sua prima prova narrativa; c'è un suo romanzo precedente che, se non sbaglio, è di quattro anni fa. Questo è la seconda tappa, il secondo esercizio di scrittura molto ben riuscito, molto efficace. Ma allora, se questo è vero, per tornare all'espressione di lettura da cui avevo preso le mosse, dobbiamo renderci conto che in termini poetici, cioè in termini narrativi o, se volete, in termini di fiction, sono trattati temi che sotto il profilo della loro classificazione potrebbero essere così descritti: il rapporto tra magistratura e potere politico, il ruolo dei servizi segreti - sia quelli nazionali che quelli stranieri - il rapporto che mi ha anche molto interessato, che percorre, pur restando di sfondo a tutto il libro, il rapporto che c'è tra poteri reali che compongono la morfologia, le strutture reali dei poteri del nostro paese, la difficoltà delle relazioni e le relazioni complesse che vi sono tra magistratura, organi dell'informazione, potere politico, potere economico.
E allora questo è il punto. Perdonate se faccio queste riflessioni assolutamente stravaganti. Ma questi fatti, questi problemi sono trattati, nel libro, attraverso questa forma di approccio, di genere letterario che è una forma di poesia. Il romanzo è una forma di poesia. Se è vero quello che dicevamo come premessa, la poesia, da un lato, ci restituisce la dimensione universale delle questioni, a differenza della storia che ci parla del particolare, ma, dall'altro, la poesia paga questa universalizzazione col fatto che ciò di cui parla non è ciò che veramente è accaduto, non ci restituisce un resoconto storicamente fondato.
Francesco Amato non fa lo storico di queste cose, sicché, e di qui l'ambivalenza della mia impressione di lettura, questo libro bello, piacevole, coinvolgente, finisce poi per produrre o per associarsi assieme ad altri per produrre una sorta di rimozione complessiva di quei temi. O, detto in un altro modo, per non far torto ad Amato, Amato ha fatto la sua scelta, ha fatto la sua opzione, ha fatto l'opzione di rivivere questi avvenimenti come scrittore.
Si pone, per me, un problema, forse marginale, ma che io avverto molto, avendo provato anche assieme a Giovanni Palombarini tante volte a riflettere su questi temi, come problema eluso, inevaso. E cioè: quando riusciremo a trattare queste questioni in chiave storica? Quando riusciremo davvero a giungere ad una descrizione della morfologia reale dei poteri, del rapporto tra poteri visibili e poteri occulti, che non sia anch'esso un modo romanzesco di trattare le questioni? Quando si riuscirà a ricostruire una storia, soprattutto degli ultimi 30 anni del nostro paese, in una maniera che non sia o la ideologia più sfrenata, anch'essa in fondo una forma di rimozione, oppure la bella universalizzazione poetica che però alla fine si traduce in una sorta di rimozione?
Io credo che Francesco Amato abbia fatto la sua parte: ha un talento vero, genuino di narratore, lo dimostra soprattutto con uno stile freschissimo, vivace, molto spigliato, e si è riferito a questa vicenda con questo obiettivo, con questo scopo.
Ma noi siamo, per così dire, al punto di prima. Io credo che questo libro possa essere indicato ai giovani perché capiscano che cosa è stato quel periodo, perché ricostruiscano il rapporto così controverso tra giustizia e informazione, perché si rendano conto di quali e quante trasformazioni vi sono state nel rapporto tra magistratura e potere politico. Lo hanno capito sentendo Giovanni Palombarini questa sera, il quale non ha fatto opera poetica, ma, a partire da un libro così suggestivo nella sua scrittura, ha cercato di ricostruire pezzi di storia.
Dico questo per spiegare per quale ragione questa lettura da un lato mi ha incantato, mi ha preso, dall'altro ha riaperto in me, e credo anche in molti presenti, una esigenza di carattere intellettuale, politico, civile, che è quella di riuscire a ricostruire, ripeto, in maniera non elusiva, ma documentata e storicamente fondata, un periodo così delicato, così nevralgico e così gravido di conseguenze della storia politica del nostro paese, quale è quello che fa semplicemente da sfondo al bel romanzo di Amato.
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