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Ruggero Chinaglia Buonasera, cominciamo l’incontro di questa
sera, che è organizzato dall’Associazione cifrematica di Padova, con la
collaborazione dell’Assessorato alla cultura del Comune. Colgo l’occasione per
ringraziare l’assessore Giuliano Pisani e per riportarvi il suo saluto:
purtroppo è influenzato e quindi non è potuto essere qui con noi questa sera, ma
augura a ciascuno di poter avere questa sera il piacere di questo incontro e mi
ha incaricato di far pervenire a Silvia Kramar e a ciascuno dei relatori
presenti il suo saluto. Questo incontro è nella serie di manifestazioni
organizzate dall’associazione intorno alla questione intellettuale a Padova,
città del secondo rinascimento, e si svolge nel contesto del progetto culturale
dell’Università del secondo rinascimento, in cui pure sorge la casa editrice
Spirali. Questa sera, infatti, il pretesto di questo incontro è dato da un
libro, un libro di Silvia Kramar, La musica della vita. Storia di una famiglia
di ebrei italiani, un libro che, pur essendo un romanzo, si situa nel panorama
attuale culturale internazionale e anche - sembra quasi combinato, ma è del
tutto fortuita la combinazione - nella imminenza della settimana della memoria
ebraica. E, infatti, nella trama del libro, la questione ebraica è la questione
essenziale, la questione dominante, di cui poi Silvia Kramar ci darà elementi e
i vari relatori ci daranno la loro testimonianza. Colgo l’occasione per
ringraziare della loro presenza qui Antonia Arslan, docente di letteratura
italiana all’Università di Padova, l’avvocato Gianni Parenzo, che darà un saluto
anche da parte della Comunità israelitica di Padova, oltre che la sua
testimonianza di lettura, il giornalista David Parenzo e Maria Antonietta Viero,
autrice a sua volta di un libro uscito ormai da qualche tempo, La ballata del
Moro Canossa.
Spirali è una casa editrice che pubblica libri di varia natura. Colgo
l’occasione qui per segnalare le novità che saranno in libreria nei prossimi
giorni, in particolare il libro di Carlo Sini, filosofo, La libertà, la finanza,
la comunicazione; un libro di economia di Giampiero Cantoni, già presidente di
varie banche nazionali, Economia morale di mercato. Lavoro e risparmio al tempo
dell’euro; un altro romanzo della scrittrice ebraica Nadine Shenkar, che abbiamo
avuto a Padova l’anno scorso a proposito del libro L’arte ebraica e la cabala,
che si chiama Akiba, e che, anche questo, narra della tradizione ebraica. Un
libro che esplora una terapia non molto seguita, perché non collegata ai
business correnti è invece espressa nel libro Il cuore senza chirurgia, di una
giornalista americana, Jillie Collings, di cui faremo prossimamente un dibattito
e che esplora una terapia del cuore senza l’intervento chirurgico. E poi, ancora
prossimamente in libreria, di Odoardo Bulgarelli, Il denaro alle origini delle
origini. Quindi vari argomenti, vari temi, uno stesso progetto, quello del
secondo rinascimento che, appunto, esplora l’integrazione dei vari settori
dell’arte, della scienza e della cultura. Allora, prima di passare la parola a
Silvia Kramar per il suo primo intervento, invito l’avvocato Gianni Parenzo a
dare un saluto.
Gianni Parenzo Vi ringrazio di avermi invitato, anche a nome della comunità
ebraica. Porgo un saluto all’autrice e dopo farò un breve intervento anch’io sul
testo. La Comunità ebraica di Padova, come penso i presenti sanno, è una piccola
comunità, 150 persone, forse ormai anche meno. Molti giovani sono saliti in
Israele, alcuni hanno anche dato il tributo di sangue nella guerra, nella prima
e anche nel ‘73. E anche Padova, purtroppo, ha avuto i suoi morti della shoah:
43 ebrei di Padova non sono più tornati, sono stati deportati. Il libro che
presentiamo oggi ha come scenario anche tutto il dramma della shoah. La storia
individuale si inserisce in questo dramma. Adesso lascio la parola all’autrice.
Grazie.
Ruggero Chinaglia Bene. Ringrazio l’avvocato e invito a parlare Silvia Kramar.
Silvia Kramar ciascuno di voi probabilmente già ha avuto modo di vederla e
ascoltarla, perché è giornalista, corrispondente da New York per il Tg4; in
passato ha svolto questa funzione anche per Canale 5, e in particolare sono
diventati famosi i suoi reportage all’epoca della guerra del Golfo, reportage
dalla zona di guerra, come si diceva.
Ora, qui invece è in veste di scrittrice. Non è la sua prima esperienza per
quanto riguarda l’edizione di un libro: ha già pubblicato due libri che
trattavano però di altri argomenti. Erano due libri che avevano un riferimento
sportivo, uno in particolare riguardava l’esperienza di Azzurra nella Coppa
America dell’’83, e un altro invece la storia di Mike Tyson, due libri
apparentemente lontani da questa sua ultima opera letteraria, ma che invece
presentano un collegamento che poi Silvia Kramar avrà modo di indicare. Qui si
tratta del suo primo romanzo, un romanzo che parla della storia di una famiglia
di ebrei italiani, un libro che interessa sicuramente il lettore sotto vari
aspetti, intellettualmente anche per i riferimenti alla questione ebraica,
questione che, nella clinica psicanalitica, da Freud in poi, presenta la
questione della nominazione, la questione del padre, il mito del padre e la sua
imprescindibilità per quanto attiene poi all’itinerario di ciascuno. E quindi ci
sono molte traiettorie, molti motivi di lettura, perché questo libro, oltre che
avvincente per il suo svolgimento, per il modo con cui è scritto e per le
vicende che narra, pone l’invito a più di una riflessione, l’invito al
ragionamento, cosa che non è sempre frequente nella narrativa, vuoi italiana
vuoi internazionale. Ma, soprattutto, questo libro presenta un elemento
assolutamente particolare, ed è la questione di un invito a non trascurare
l’avvenire, un messaggio rivolto all’avvenire, la questione della memoria, non
solamente rivolta al passato, ma una memoria che comporta la scrittura
dell’avvenire. E allora io cedo la parola a Silvia Kramar e la invito al suo
intervento. Prego.
Silvia Kramar Grazie. Buonasera. Il libro comincia di notte: è una notte
cattiva, una notte che poi troveremo ancora in altri capitoli, che si
ripresenterà. Questa è una notte particolare, siamo nel 1936, a Fiume, in una
piccola casa vicino al porto, dove abita una famiglia di ebrei che si chiamano
Noiman. È una famiglia di commercianti: c’è il padre Ernst, c’è la madre Miriam
e ci sono tre figli, più un quarto che è appena nato, ha sette giorni e al
mattino del giorno dopo compirà l’ottavo giorno, quindi secondo la tradizione
ebraica deve essere circonciso. Nel cuore di questa notte, Ernst, il padre, il
commerciante, sveglia i figli, la moglie, li fa venire in cucina dove ci sono i
libri del Talmud - fa freddo fuori, c’è il vento, c’è la bora a Fiume - e dice,
come può dirlo una persona che ha da rivelare un segreto, un messaggio
abbastanza triste e pesante: “Questo mio figlio, domani io non lo voglio fare
circoncidere. Questo mio figlio, domani lo facciamo battezzare”. Subito i figli
non capiscono bene, sono ragazzini. Il primogenito ha appena compiuto 14 anni, e
sono 14 anni che lui ha vissuto in Sinagoga a discutere di questioni ebraiche
col rabbino, oppure col padre a giocare a scacchi. E soprattutto è la madre, che
tiene in braccio questo piccolo bambino appena nato, che non riesce a capire
come sia possibile che il marito, che è venuto a prenderla in Polonia, è venuto
a cercarla e a sposarla, perché lei abitava in un piccolo shtetl di ebrei
polacchi, potesse improvvisamente prendere una decisione così folle, così pazza.
Ma Ernst, il commerciante, l’uomo che ha studiato poco e letto molto, quella
decisione l’ha presa basandosi su due cose: sui suoi sogni, che spesso anche
nella letteratura e nella tradizione ebraica sono sogni premonitori del futuro,
e su quello che è riuscito a strappare dai giornali sulla questione di Hitler,
del Terzo Reich e, quindi, anche dell’antisemitismo che stava dilagando in
Europa. Infatti la moglie non capisce e dice: “Ma come possiamo fare una cosa
del genere?”, e allora lui glielo spiega in termini molto semplici, dice:
“Abbiamo chiesto a un prete di aiutarci. Ci ha fornito dei documenti falsi per
cui noi, da due generazioni ormai, non siamo più ebrei e cambiamo completamente
identità. Da domani non siamo più i Noiman ma siamo la famiglia Santangelo”.
Nasce così la nuova vita dei Santangelo, ma anche il segreto di questa famiglia
che si porterà poi dietro per tanti, tantissimi anni. Il figlio maggiore,
Davide, che, come dicevo prima, ha quattordici anni, si trova improvvisamente a
dover non solo cambiare nome, ma anche identità: cambiano casa, cambiano
quartiere, cercano di nascondersi dal passato. E deve confrontarsi con un prete
che lo fa battezzare e lo fa comunicare, col quale però non c’è più lo stesso
dialogo che lui aveva col rabbino. E quindi perde moltissime cose, si confonde;
però non perde una cosa importantissima da questa piccola famiglia, che è la
vita, perché, se il resto della famiglia Noiman viene deportato, finisce nei
campi di concentramento della shoah, loro invece si salvano, si salvano grazie a
questo segreto. Alla fine della guerra, nel ‘46, avviene poi il secondo esilio:
il primo dalla religione, dalla tradizione, dal nome, dal nome originale, il
secondo l’esilio da Fiume, perché decidono di andare a vivere in Italia. Davide
è un ragazzo, frequenta l’università e si innamora di una donna che è non solo
cattolica ma è anche figlia di un gerarca fascista brianzolo: sono proprio due
mondi che si scontrano completamente. E lui glielo svela questo segreto, alla
moglie, prima di sposarla. Le dice: “Guarda che io ero ebreo”. E la risposta
della moglie, che guarda solo al futuro, ma anche che non riesce affatto a
capire il dramma di quest’uomo, è quella di dirgli: “No, da domani non sei
ebreo, non lo sei neanche più, sei solo italiano”, come se fosse possibile fare
una distinzione tra le due cose. Arrivano gli anni ‘50, arriva la Milano del
benessere, arrivano le prime automobili, le case da costruire. Davide Santangelo
è un ingegnere, un ingegnere di grido, costruisce le prime palazzine, arriva –
dicevo - un benessere. E arriva il primo figlio, un figlio maschio, Andrea, che
non assomiglia affatto al padre, assomiglia tutto alla mamma, ha gli stessi
capelli, gli stessi occhi, e col quale il padre non riesce assolutamente a
imbastire un discorso paterno. Infatti il padre nel libro dice: “Io, come gli
racconto chi ero da ragazzino? Non potrò mai raccontargli dei miei pomeriggi in
Sinagoga, dei miei discorsi col rabbino, della mia famiglia, delle generazioni”.
Quindi questo segreto continua a pesare sempre di più anche in questo fragile
rapporto tra padre e figlio. Tre anni dopo, nasce una bambina, Manuela, che poi
diventa la protagonista del libro e che scriverà questa storia in prima persona.
Manuela, invece, per uno strano gioco della storia, è identica alla nonna
polacca, ha questo viso tipicamente da bambina, poi da ragazzina e poi da donna,
un giorno, ebrea: il naso, gli occhi, i capelli e tutto. E quindi questo suo
assomigliare fisicamente anche alla sua gente, un giorno la porterà, nel 1968 -
un anno che ha tantissimi valori e significati non solo per la famiglia Noiman
diventata Santangelo, ma anche per l’Italia in generale - a sedici anni, a
correre su una spiaggia di San Remo, d’estate, felice, in costume da bagno, dove
incontrerà uno strano signore anziano, molto magro che, per la prima volta nella
sua vita, la guarderà e le dirà: “Dove corri? Come sei bella, bella ebraina”.
Emanuela lo guarda coi suoi sedici anni, con la sua sfrontatezza di ragazzina e
gli dice: “Cosa mi sta dicendo? Io non sono un’ebrea”. Questo signore la guarda
e le dice: “Sì, tu hai gli occhi, hai il viso, tu sei un’ebrea”. Questo signore
era un francese sopravvissuto ai campi di concentramento insieme a sua moglie, i
quali durante l’estate scoprono piano piano il segreto di questa famiglia, che
sta attraversando una lunga crisi: Davide si era allontanato dalla moglie, aveva
trovato sfogo in altre relazioni sentimentali; la moglie nel frattempo aveva
cominciato a bere per via anche della sua solitudine; Andrea, il figlio
maggiore, con la totale incomprensione del padre, stava diventando un ragazzino
difficile e violento. Ecco, alla fine dell’estate, praticamente il segreto viene
fuori e tutti si confessano e dicono: “Sì, è inutile continuare a nasconderlo,
nostro padre era ebreo, siamo anche noi per metà ebrei”. E la madre pone ai
figli questa domanda: “Voi, vi sentite ebrei?”, e Andrea immediatamente
risponde: “No, io non lo sono”. Allora lei si rivolge verso Manuela e dice:
“Manuela, e tu?”, e Manuela questa domanda se l’era già posta fin da quel giorno
in spiaggia in cui l’ebreo francese le aveva detto appunto: “Come sei bella,
ebraina”. E allora Manuela, domandandosi questa cosa, scopre dentro di sé di
avere non solo voglia, ma di avere il cuore di un’ebrea. Ritrova lo zio Teodoro,
l’unico della famiglia Noiman sopravvissuto ai campi di concentramento, il quale
la prende sotto alla sua ala protettiva e le dice: “Tu sei mia nipote. Io non
posso avere figli, i campi di concentramento me li hanno tolti. Tu diventerai la
mia figlia adottiva, io ti insegnerò ad essere ebrea”.
Come si insegna a una ragazzina milanese cresciuta negli anni ‘60, verso
l’inizio degli anni ‘70, che da un lato vede la contestazione, vede le droghe,
vede il liceo, vede le assemblee, come le si insegna ad essere ebrea? Mandandola
in un kibbutz in Israele. Quindi lo zio Teodoro manda Manuela in un kibbutz,
dove scopre non solo il mondo degli ebrei, ma scopre proprio anche le sue
radici. Lei appartiene a questa gente, lei è israelita, lo si sente
profondamente: infatti il suo primo grande amore, quello vero - non quelli
liceali, non quelli del sesso veloce, spiccio, non quelli anche della
contestazione giovanile - è appunto con questo ragazzo ebreo americano che ha il
sogno di fare il soldato in Israele. Sarà con lui che Manuela andrà in America,
a Brooklyn, a scoprire il mondo degli ebrei americani. E scoprirà che ci sono
molti meno segreti in America di quanti ce ne sono in Italia, non si ha paura a
dire “Noi siamo ebrei”, non si ha paura a festeggiare la Pasqua, non si ha paura
a festeggiare Hannukkah, non si ha paura a parlare di tanti problemi. E quindi
anche lei, piano, piano, si libera del suo segreto di famiglia e appartiene
sempre di più a questo mondo. Da questo mondo passa a quello universitario e del
giornalismo, del cinema, e conosce dei personaggi che creano e inventano storie:
incontra Spielberg, incontra i grandi giornalisti del New York Times, incontra
gente che fa teatro e si trova a casa. Anche lei scrive, quindi si trova a casa
in questo mondo. E alla fine del libro si sposa con un ebreo americano e aspetta
un bambino. E da qui il titolo di questo libro, La musica della vita, perché
alla fine del libro lo zio Teodoro, che è riuscito nella sua missione di
regalarle la sua identità di ebrea, quando scopre che Manuela aspetta un bambino
e che questo bambino sarà ebreo, quindi sarà circonciso - cosa che sarebbe
dovuta avvenire 50 anni prima, quindi si chiude un cerchio storico - le dice
esattamente così: “Noi ebrei non siamo diversi dagli altri, non sopravviviamo ai
disastri invocando semplicemente le potenze invisibili, siamo facili a
degradarci né più né meno di qualsiasi popolo. Ma per secoli hanno cercato di
rubarci la vita e quindi la sentiamo più di chiunque altro, e io ti chiedo di
insegnare a tuo figlio ad ascoltarla, la musica della vita”.
Ruggero Chinaglia Grazie a Silvia Kramar per questo suo primo intervento e ora
invito Antonia Arslan al suo. Prego.
Antonia Arslan Io sono molto contenta di aver letto questo libro, perché nella
vastissima panoramica di memorialistica sul tema appunto della memoria, sul tema
ebreo, ebraico, sul tema armeno che a me è capitato di leggere, come sapete, con
particolare attenzione, mi mancava un libro così, cioè un libro, tutto sommato,
piuttosto cattivo. Silvia Kramar ci ha raccontato in vario modo la storia del
libro, ma voi sapete che una storia vive anche per il modo con cui viene
raccontata. E quando dico un libro piuttosto cattivo, lo dico proprio per farle
un elogio, perché non c’è niente di romantico in questo libro, niente di
eccessivamente intenerito. Ci sono dei sentimenti molto forti, ci sono delle
verità molto forti, c’è una riscoperta di identità, che lei ci ha appena
raccontato e quindi sulla quale non mi soffermo, che avviene però attraverso una
serie di scontri duri, di contrapposizioni nette.
Il padre è un personaggio che viene costruito in modo da dare l’idea di un
personaggio debole. Il tradimento del nonno c’è stato: il nonno si è convertito.
Il padre deve pagare per questo e in qualche misura paga. Alla fine del libro
non c’è un riavvicinamento, un abbraccio del padre con la figlia: c’è in qualche
modo un affidamento. Il padre affida la figlia allo zio, che è rimasto fedele
alla fede dei suoi padri; e però non per questo il padre diventa più buono, o la
sua cattiveria, come viene definita dall’autrice molto bene, si smentisce del
tutto. Alla fine la grande ruota della vita porta via tutti, porta via i buoni e
i cattivi, porta via chi si è comportato meglio e chi si è comportato peggio e
il cerchio si chiude con questo bambino non ancora nato che cresce nel grembo di
Manuela. Ma Manuela ha dovuto soffrire parecchio: ha passato un’adolescenza
solitaria, abbandonata, abbandonata un po’ dai genitori e poi lei stessa si
abbandona; si abbandona a episodi di amori facili, di personaggi anche ambigui;
si abbandona perché non c’è nessuno che la sostenga. La sua ricerca della
propria identità non è una ricerca sentimentale, come, molte volte, in questi
libri di memorie ci viene offerta, in cui le cose del passato e della memoria
sono spesso in qualche modo addolcite e i buoni sono tanto buoni: è una ricerca
dura che passa attraverso degli inferni, che passa attraverso una storia, che è
una storia anche a volte un po’ crudele. Queste persone che si innamorano di
lei: lei è una protagonista che sa subito di essere dotata per l’amore, sa come
fare impazzire gli uomini, lo sa già a 15 anni. È una cosa bellissima questa, io
trovo, perché punta su di lei proprio un protagonismo che non è in nessun modo
mediato da figure maschili, è un diretto protagonismo femminile, forte, audace
anche, se vogliamo, e pieno di assunzione personale di responsabilità. Questo,
secondo me, la porta a riaccostarsi allo zio, a fidarsi dello zio. Non dico che
non ci sia tenerezza nel libro, badate bene, dico che è un libro in cui si parla
di cattiverie, che è una cosa che non fa nessuno. In nessun romanzo lo trovi,
che si dica la parola cattiveria. Qua viene detta. Vi leggo un pezzettino. Per
esempio, quando il ragazzino Davide, David, viene convertito a forza dal padre,
lui scopre la propria fragilità, la propria debolezza. Ci piacerebbe che si
rifiutasse, ma non si rifiuta. E questa debolezza la sconterà in tutta la sua
vita. Pugni, calci, altri pugni, un ragazzo e gli altri ragazzi, capitanati dal
cugino Teodoro, lo picchiano per questo. Un ragazzo che rotolava sul selciato,
con il sangue in bocca, le ginocchia sbucciate, le mani che cercavano di
proteggere qualcosa, le gambe graffiate dai calci. I pugni più forti erano
quelli del cugino, che sapeva come colpire e non sapeva resistere all’idea di
farlo. Alla fine il gruppo si allontanò, lasciando un ragazzo sanguinante, con i
calzoni che puzzavano di urina e che si rialzava a fatica, sputando qualche
dente e pulendosi la bocca con il dorso della mano, i polmoni e il cuore
fradici. Fradici: bellissimo, perché ti dà l’anticipo di quello che segue dopo.
Uomo, quel giorno mio padre si convinceva che forse non esisteva la giustizia,
ma che invece di certo in questo mondo esisteva la cattiveria. L’aveva vista in
faccia, un mondo senza sole e senza stelle, una voce invitante dal fondo di una
caverna, un boia in caduta libera. Certo, l’uomo fa l’abitudine al dolore e si
abitua anche a subire un mondo ingiusto e cattivo. È
una lotta sorda, dura, come ogni battaglia che si consuma in noi, soltanto che a
furia di subire si diventa cattivi, perché la cattiveria sa aspettare fin quando
più le conviene ed è una sirena che ti chiama verso le fogne del mondo, un luogo
così sperduto da sembrare quasi il cielo. Questa è scrittura potente, capite,
non è semplicemente una testimonianza: è un discorso creativo, è scrittura
potente. Questo discorso sulla cattiveria, io non l’ho trovato in nessun altro
scritto. E mi è venuto in mente anche per il fatto che Silvia Kramar
evidentemente ha fatto l’università negli Stati Uniti, praticamente è di cultura
italiana, ma anche anglosassone, uno di quei libri molto inaspettati, molto
forti, molto anglosassoni, pieni di autoironia - c’è anche molta autoironia qui
dentro - e anche molto imprevedibili. Ecco, man mano che leggevo il libro, mi
dicevo: accidenti, bisogna finirlo per capire dove va a finire. Questo, secondo
me, è uno dei massimi apprezzamenti che si può fare di un libro. Bisogna
leggerlo fino in fondo per capire dove va a finire, perché, in effetti, proprio
seguendo la vitalità, la vitalità selvaggia della sua protagonista, ma anche
questa ricerca di valori morali che lei riscopre un po’ alla volta man mano che
le dicono i tratti fisici esterni, “bella ebraina”, gli occhi… E poi uno dei
suoi ultimi innamorati le dirà, prima di andarci a letto, che ci vorrà molto
tempo, perché in qualche modo come ebrea lui la rispetta. E allora passano un
periodo di vita piuttosto libera, etc., etc. E a un certo punto, anche lì ci
sono dei determinati elementi fisici, la struttura fisica, gli occhi, la forma,
in cui si riscopre la nonna Miriam. E la nonna Miriam è quella che veniva da un
paesino della Polonia e che il nonno era andato a cercare in Polonia, perché una
sensale dei matrimoni gli aveva detto “Quella è la donna per te. Se fra otto
giorni tu parti per andarla a cercare, vuol dire che sei già innamorato”.
Le prime pagine - passo adesso a un altro punto - sono proprio stupende in
questa specie di atmosfera ariosa, fuori del tempo: un po’ il mondo di Singer se
vogliamo - un pochino, è vero? - ma anche rivisitato da un occhio di donna, e di
donna moderna. Mi veniva in mente quella che è una delle novelle al mondo che mi
piace di più e cioè Breve venerdì di Singer, che è uno dei capolavori del ‘900.
Singer ha scritto tanto e questa è una di quelle cose perfette. Nella
descrizione, per esempio, del bisnonno che alleva cavalli, tutto è schizzato con
una penna molto vivida e questa è stilisticamente una grossa dote, a mio parere:
una penna creativa, vivace, che ci ha pensato molto a questo libro
evidentemente, e che quando l’ha scritto le è riuscito in un modo straordinario.
Interessante anche il personaggio del fratello Andrea, ma non voglio soffermarmi
su questo, perché altre persone devono parlare. Voglio accennare ancora a due
cose. Direi, come stile, anche una specie di spassionato bisturi sul mondo, cioè
un raccontare a volte acre: come schizzato, il mafioso siciliano che s’innamora
della madre, per esempio, o quell’altro con cui la ragazzina fa la sua
iniziazione sessuale e che è un proprietario di un locale notturno. Tutto viene
detto senza eccessi, ma con precisione, e questo è anche molto interessante:
senza girare intorno alle cose, ma senza quegli eccessi linguistici che a volte
caratterizzano proprio una cosiddetta scrittura femminile liberata. Il tema,
poi, è delicatissimo: queste conversioni, il ritorno, la figura del padre;
insomma non è facile affrontarlo. E tutto, però, è alla fine immerso in una luce
di pietas religiosa, che non contrasta affatto con quello che dicevo prima,
perché la cattiveria c’è, sotto la luce di Dio, c’è cattiveria e c’è bontà, e le
due cose a volte inestricabilmente si congiungono. Anche giusto come disegna,
per esempio, i morenti, che è anche una cosa che raramente si vede. La morte
della nonna Miriam è una pagina stupenda - non ho il tempo di leggerla, ma ve la
leggerete da soli - e la morte dello zio Teodoro. I morenti hanno degli odori,
per esempio, non sono belli, capite? E un romanziere deve saperlo descrivere
senza allontanarti e continuando a portarti avanti nella storia, perché in fondo
- mi capitava proprio di dirlo oggi in un altra circostanza - l’uomo si
distingue proprio perché è un raccontatore di storie e un ascoltatore di storie.
E citavo oggi, e la ricito stasera, quella stupenda novella di Varlam Shalamov,
che si chiama proprio Raccontatore di storie. Shalamov, deportato nelle miniere
della Kolyma, nell’estremo nord siberiano, sopravvive perché nel momento in cui
sta per morire, per abbandonarsi alla morte come i deportati facevano a un certo
punto, quando proprio gli andava via la voglia di tentare di sopravvivere un
altro giorno, il capo dei delinquenti del campo lo vede in un angolo della
baracca e gli dice: “Tu... - sapete che nei campi di deportazione nell’estremo
nord siberiano i delinquenti comuni erano evidentemente la casta superiore dei
deportati – “Tu, lì nell’angolo, sai raccontare delle storie?”, e Shalamov, che
era stato sceneggiatore, che era stato romanziere, ecc., gli dice: “Certamente,
certamente le so raccontare”, “ E allora - gli dice - tienimi allegro. Non farmi
addormentare, raccontami una storia”. E Shalamov tutta la notte racconta:
racconta Victor Hugo, racconta tutte le storie più clamorose, il Conte di
Montecristo, va dall’una all’altra, va avanti per tutta la notte. Alla mattina,
il capo dei deportati gli dice: “Va bene, ti sei guadagnato la vita”. E da
allora in poi lo protegge e lui deve a questo, in effetti, il Raccontatore di
storie. Io credo che Silvia Kramar è istintivamente - e poi naturalmente ci avrà
lavorato chissà quanto - ma di suo proprio, una raccontatrice di storie ebrea.
Grazie.
Ruggero Chinaglia Ringrazio Antonia Arslan per il suo intervento ricco di spunti
e di squarci e invito ora a parlare l’avvocato Gianni Parenzo.
Gianni Parenzo La professoressa Arslan ci ha magnificamente illustrato alcuni
aspetti di questo libro che già sono stati molto bene illustrati dalla stessa
autrice e io vorrei soffermarmi su alcuni altri. È, come è stato detto, il
ritrovare un’identità, l’identità ebraica. E direi che l’identità ebraica, in
questo caso, non viene tanto ritrovata nel momento religioso, senz’altro, ma
forse non è questo il momento identificativo. Quello che ho trovato interessante
soprattutto in questo libro è che ci dà un’immagine di quella che è anche la
pluralità, in fondo, dell’identità ebraica, perché forse si è abituati a vedere
l’ebraismo soltanto come una religione. Indubbiamente il momento fondante
dell’ebraismo è il momento religioso: gli ebrei sono il popolo del Libro, tutta
la cultura ebraica è costruita attorno al Libro, al commento del Libro, al
Talmud, come viene spesso ricordato. Le famiglie ebraiche hanno i libri di
Talmud e il Libro. Però, qui, noi abbiamo un affresco di quella che è anche
un’identità ebraica che non è soltanto religiosa. E lo vediamo nei due momenti
fondamentali in cui oggi si identifica il mondo ebraico, in Israele e poi in
America, che sono i due luoghi dove si produce oggi anche cultura ebraica. La
protagonista va in un kibbutz, è un kibbutz laico, non religioso. Frequenta due
ambienti in America: l’ambiente di Brooklyn, e qui, nell’ambiente di Brooklyn,
riviviamo l’atmosfera della Polonia, perché questa famiglia di ebrei di Brooklyn
vive ancora come quegli ebrei polacchi, venuti, alla fine del 1800 - anche qui
ebrei non religiosi nel senso tradizionale del termine - che erano ebrei laici,
socialisti. E in questa famiglia che frequenta, il padre era ancora un vecchio
socialista. Lui ricordava probabilmente i socialisti della Polonia del Bund,
perché anche questo c’era nel mondo scomparso che la shoah ha inghiottito. La
Polonia è stata il crogiolo di quello che è stato l’ebraismo, perché,
ricordiamo, dalla Polonia è venuto anche il sionismo. E ce lo ricorda nel libro,
perché la protagonista va proprio nel kibbutz, che poi sarà anche il kibbutz di
Ben Gurion, di Bocher. E Ben Gurion è venuto dalla Polonia. Ben Gurion era,
diciamo, un “laico”, lo dico tra virgolette, perché il termine laico
nell’ebraismo non è “non religioso”, per intenderci: Ben Gurion aveva un
profondo senso religioso, però non era un tradizionalista o un osservante
dell’ebraismo. La Polonia ha dato questo, ha dato l’ebraismo tradizionale,
l’ebraismo osservante ortodosso, ma ha dato anche il sionismo con Ben Gurion,
ritorno a ripetere “l’ebraismo laico”, l’ebraismo non osservante, non religioso.
Questo si vive nel libro. Io direi che, forse, una delle parti che mi sono
piaciute e mi hanno anche affascinato è stato proprio il ricostruire questi
ambienti, la capacità di evocare questi ambienti. C’è quasi una capacità come...
Vedevo come dei quadri. Diciamo che la sua scrittura ci dà, come dicevo prima,
come un affresco, un quadro. E si rivive questo ambiente della Polonia, dello
shtetl; e l’ambiente dove c’è la famiglia che vive a Brooklyn; e poi però un
altro ambiente ebraico americano che è quello dell’intellighenzia americana,
degli scrittori, e questo è l’ambiente da cui proviene Robert, il personaggio
che poi si unirà con la protagonista. Ecco, direi che ci dà un’immagine che
forse in Italia non si è soliti avere, della poliedricità e della gamma delle
identità ebraiche, un’identità religiosa ma anche un’identità che si identifica
in un popolo e in una cultura, perché questo è anche l’ebraismo. E questo dal
libro viene fuori molto bene, cioè, l’ebraismo non è soltanto una religione, ma
è una cultura, è un popolo. Questo io l’ho trovato molto ben rappresentato in
questa storia individuale, soprattutto in quella di Manuela che, nella ricerca
della sua identità, si rende conto di appartenere a un popolo e a una cultura.
Questo, la protagonista Manuela lo riesce a realizzare proprio in America,
perché l’America è quella società multietnica, multiculturale, in cui ogni
identità ha il coraggio di presentarsi come tale: ci sono gli ebrei, ci sono gli
italiani, ci sono i cinesi, cioè l’ebreo americano vive una realtà diversa da
quella che poteva vivere l’ebreo italiano. Qui si aprirebbe un altro discorso:
in Italia la società è una società omogenea; culturalmente, è una società
cattolica che ha sempre visto l’ebreo o altri come il diverso. In America questo
non c’è. L’America si è formata da un crogiolo di popoli, di razze, quindi era
più facile essere ebrei, in qualche modo, in America e l’autrice questo ce lo fa
vedere. Grazie.
Ruggero Chinaglia Ringrazio l’avvocato Gianni Parenzo per il suo intervento,
ampio e generoso nella sua concisione. E lo ringrazio anche di questo, perché
occorre un ritmo nella scansione dei vari interventi. E mi sembra che questi
primi due hanno indicato alcuni dei pregi del libro: Antonia Arslan ha insistito
sull’aspetto della scrittura, l’aspetto narrativo e sulla trama che risulta
avvincente; Gianni Parenzo ha insistito su altre caratteristiche che fanno del
romanzo anche un romanzo di informazione, un romanzo storico, un romanzo
politico, da cui risaltano alcuni elementi della cultura ebraica dove questa
nozione di appartenenza al popolo slitta verso un’accezione anche di
appartenenza culturale, cioè dove è un’appartenenza che non risulta né religiosa
né ideologica in senso stretto, ma si avvale di una molteplicità di elementi.
Questo, in effetti, è molto interessante. Ora invito a parlare Maria Antonietta
Viero, che è imprenditrice, scrittrice, esponente dell’Associazione cifrematica
di Padova e dell’Associazione cifrematica europea. Prego.
Maria Antonietta Viero Io ho incontrato Silvia Kramar un sabato pomeriggio alla
presentazione del libro a Milano. Non l’avevo ancora letto. Il suo racconto mi
ha avvinto e l’ho acquistato, e un pomeriggio mi sono messa a leggerlo, e devo
dire che è stata una delle poche volte in cui non ho visto scendere la sera. Mi
sono trovata di notte e poi ho terminato il libro in treno, e sono andata a
testimoniarlo alla sua presentazione a Roma. È un libro bellissimo, svolge
identificazioni e dà spunti alla clinica psicanalitica dove io ho interesse,
direi tantissimi. È un libro dove c’è, contemporaneamente, violenza e
leggerezza, dolcezza e strazio. E però c’è questo viaggio che conduce l’autrice
attraverso Manuela, e allora io do una testimonianza di questa lettura. Aggiungo
una cosa: è una scrittura in cui non c’è, non si avverte né sofferenza né
vittimismo, non c’è erotismo neppure nelle lunghe descrizioni stupende di amori,
soprattutto quello tra i due francesi, e poi si avverte l’assenza di negativismo.
E quindi mi auguro che questo primo libro, dove ci sono già i termini del
secondo, possa effettivamente portarci Silvia Kramar ancora qui, un’altra volta
a Padova. Sono contenta di averla qui.
Quando la storia si scrive?
E come la lava di sotto il cratere sbrega le sponde e fa scendere piano il suo
spirito bollente smorzando le risa e, minacciosa, induce al pensiero; come la
luce si spegne nel gesto volontario e il rumore invade e circonda la vita e dita
invisibili predano e premono e affannoso si fa il respiro, e il cuore diventa
una miccia accesa che getta sul caso i suoi tentacoli ardenti; così in una notte
d’inverno, una di quelle notti lunghe e cattive, il vento riporta l’eco del
racconto di una storia, la famiglia di Manuela, perché ciascuno, ascoltandola,
racconti la propria al va e vieni del vento, per ricordare agli ebrei di essere
stati creati da quel dio che esige il racconto delle infinite storie di cui sono
intessuti.
Quando si compie la scrittura della storia?
E come di sera, scesa la calura, le cicale e i grilli sullo sfondo della notte
fan danzare le lucciole, così i sogni, come fiumi in cui scorre la vita,
liberano i letti e i detti e folli mostrano il vero, fendendo la notte con un
filo di stelle, così il filo tesse sul carro la sua alba, fiore in offerta di
petali al dì che avanza, e il petalo, staccatosi piano, trepida la scritta “mi
ami?”; così come battito di cuore pulsa la goccia di rugiada, acrobata acerba,
che in bilico dondola sospesa tra cielo e terra tracciandone la novella, piuma
di cipria il ricordo lontano, “Mi ami?” sussurra la mamma di Manuela girandosi
piano verso l’uomo che prima di sposare le aveva consegnato, pesante di pietra,
il suo segreto. Quale? Per via di un piccolo uomo venuto dalla strada, per via
di un proclama che trova il branco inferocito a eseguire lo strazio delle carni,
egli si era costretto al battesimo, a un nuovo nome, al negozio del padre, di
sabato aperto a dimenticare il proprio dio, e a consegnarsi al silenzio con il
segreto, un altro segreto che doppia il segreto di mamma; quella sola volta,
tolta la parrucca e sciolti i lunghi capelli, gli si aggrappò lasciandoli
scivolare tra le mani come acqua inafferrabile, gli strinse i polsi con occhi
cattivi, gli ingiunse il divieto. I capelli delle donne contengono i loro sogni.
Vergognati Davide. Ed egli avrebbe sempre cercato di accarezzarli, i capelli
leggeri delle donne, sentendosi ladro, come chi, non insegnando il mestiere al
proprio figlio, è come se gli insegnasse a rubare. “Voglio un bambino - dice la
mamma di Manuela - un bambino”. Come fare da padre a quel bambino, figlio di un
segreto? Manuela pensa. Che follia parlargli del mare, dei giorni di sole che
facevano risplendere il porto di Fiume, di come i bambini ebrei a tredici anni
diventano uomini tra le candele. Il padre non avrebbe mai potuto, con il cuore,
amare quel figlio. Quale storia avrebbe potuto narrargli, quale patrimonio
consegnarli? E così, aleggiando il segreto, il figlio, nell’idea del rifiuto,
troverà disegno e colore in paesaggi lontani e incantati, freddi e afosi, prima
su francobolli di stoffa, poi sulla tavolozza del pittore con accanto, per
compagno, un uomo da amare che gli restituisca il padre presunto perduto, mai
avuto. Un bambino concesso alla madre come una vacanza, un regalo costoso, nato
per colmare il vuoto, per una ragione di vita, condannandolo a navigare alla
deriva della corrente della vita. E un secondo petalo di incerta scrittura, “non
mi ama”. E l’idea di abbandono non molla la presa, che pianta sul collo e
sospende d’un colpo ogni certa provenienza, ogni sicura appartenenza, finché un
giorno Manuela non incontra il vecchio francese che le dice: “Bella ebraina”. E
ritagli e brandelli e significanti ignoti e pur già ascoltati, come coriandoli
gettati in aria, chiamano all’indagine, impongono il viaggio, invocano
l’interlocutore. Manuela indaga intorno alla sua traccia, disegnando una mappa
nella lingua delle cose. E già questa mappa è la famiglia, non da trovare, non
da formare; ma quel padre scivola via, diviene invisibile, segregato dalla
stessa credenza nel segreto, segreto di mamma, appunto una credenza. C’è un
brano di Freud intorno al segreto: “Chi tace con le labbra, chiacchiera con la
punta delle dita, è spinto a tradirsi con tutti i pori”. E la madre si trova a
bere la credenza, bottiglie che inebriano e portano alla morte bianca, quella
morte che ognuno si dà come luogo comune, senza il tempo e la sua cura. E
un’altra credenza di un segreto di mamma è esplorato da Manuela in un’altra
madre. Qui è il padre a custodirlo nel tentativo di far crescere Robert, l’amore
adulto di Manuela, in totale assenza di ricordi. Aveva creduto che la mamma si
fosse ammalata a fargli da madre. In assenza di mito della madre, si può credere
alla depressione da parto. Può la nascita di quel figlio doppiarne un’altra? Era
figlia di un massacro, una sopravvissuta. Come contare? Chi conta? Qui, la mamma
fa contare il figlio, gli insegna a contare fino a cento, cento pastiglie che
d’un colpo ingoia, omicidio per conto di figlio. Ma Robert si dispone a
indagare, cifratore sul lettino dello psicanalista a incontrare nel racconto
l’originario, sfatando la genealogia, attraversando la difficoltà
insormontabile, l’inciampo, il dolore estremo con cui la memoria si scrive e
diviene arte, invenzione, gioco, riso e verità. E nessun vittimismo, nessun
segreto, nessuna apocalisse, nessun nascondimento lascia l’enigma incolmabile.
Non c’è scampo per chi si crede vittima, per chi si dà da scampato,
sopravvissuto. E, nel romanzo, il vittimismo di chi si è creduto destinato alla
morte e poi scampato ritorna come ossessione di contare nel cerchio dei dadi il
numero dei morti fino a quando, colmata la misura, arriva il proprio turno, e il
vecchio francese si dà la morte. La famiglia, per esistere, esige il mito, che
occorre inventare, mito del padre come funzione di nome immortale, mito della
madre come infinito della vita e ammissione del figlio che risorge. “I sogni -
dice Manuela – sono le risposte alle domande che non abbiamo il coraggio di
fare, il suo essere per un attimo quello che avrei sempre voluto essere, una
storia raccontata sotto la luna”. E Manuela annuncia il bimbo concepito,
speranza di avvenire che non riscatta madre e non tace padre, ma trova nelle
parole dello zio Teodoro morente un messaggio di vita. E la disperazione, se la
senti, non è mai la fine per chi capisce il mondo, ma soltanto un inizio. Per
secoli hanno cercato di rubarci la vita, quindi la sentiamo più di chiunque
altro: e io ti chiedo di insegnare a tuo figlio ad ascoltarla, la musica della
vita.
Ruggero Chinaglia Bene. Ringrazio Maria Antonietta Viero e invito a intervenire
David Parendo, dopo di che, anche chi dal pubblico volesse intervenire e
rivolgere domande a Silvia Kramar potrà farlo.
Ricordo che David Parenzo è giornalista e lavora presso un’emittente televisiva
e scrive anche articoli sui giornali.
David Parenzo Bene. Buonasera a tutti. Ringrazio l’Associazione cifrematica di
Padova per avermi invitato a presentare questo libro e per avermi dato anche
l’occasione di leggerlo. Anch’io, come le persone che mi hanno preceduto, l’ho
letto con grande interesse in una giornata intera quasi, perché scivola via, e
la storia, il racconto è avvincente.
Molte cose sono state già dette e io però voglio riprendere due temi centrali:
il primo è quello che riguarda evidentemente l’identità. A mio avviso, in questo
libro tutti i protagonisti sono alla ricerca di una loro identità: ce l’hanno,
ma è una identità che poi, via via, si costruisce e si rafforza, incominciando
proprio dalla protagonista, Manuela, che parte da un’identità, un’identità
familiare possiamo dire assimilata, addirittura assimilata dal cognome,
Santangelo, per uscire da una situazione di guerra, da una situazione di
discriminazione, per arrivare poi, invece, alla situazione newyorchese - come è
stato ricordato - di identità completa, realizzata ed ebraicamente inserita nel
tessuto della città. C’è quindi una ricerca di identità da parte di tutti i
protagonisti, tranne, a mio avviso - e questo, forse, è la prima considerazione
che faccio e poi sono curioso di sentire la scrittrice - da parte del padre.
Cioè, io, leggendo il libro, ho notato che invece il padre è l’“uomo
invisibile”, come è stato ricordato; è l’uomo invisibile, forse, proprio perché
è l’uomo che è stato privato di un’identità, vale a dire della sua famiglia, la
famiglia ebraica tradizionalista, attaccata al Libro, attaccata alla tradizione,
al racconto, agli oggetti della vita ebraica, perché la vita ebraica, l’ebraismo
- come è stato ricordato anche prima - non è soltanto la lettura del racconto,
ma è anche pratica, è l’essere ebrei, è farlo il rito, farlo vivere, è farlo
vivere ogni giorno, di generazione in generazione, trasmettendolo, questo rito.
Poi, evidentemente, ognuno lo vivrà a suo modo, lo vivrà in maniera più o meno
laica, anche se, come è stato detto prima, il termine “laico” per l’ebraismo è
improprio. Ma questa continua ricerca di identità che ho trovato in tutti i
protagonisti più importanti del racconto non l’ho trovata nel padre, che è l’
uomo invisibile proprio perché gli è stata tolta un’identità e non gliene è
stata data un’altra di definita, perché non era cattolico a tutti gli effetti,
tutt’altro: ha sposato, sì, una persona, una ragazza cattolica, figlia tra
l’altro di un fascista, ma non ha una sua identità; è un ragazzo cresciuto senza
una sua formazione ebraica o di qualsiasi altro tipo, una persona che, infatti,
è definita come una persona invisibile. E forse, a mio avviso - mi spingo oltre,
può essere che sbagli, io non sono un critico, ma dico semplicemente le
sensazioni che ho provato - l’identità questo padre neanche la cerca. O forse,
alla fine, la ritrova con quella smorfia, con quel sorriso, vedendo alla fine
una figlia serena, contenta, che ha trovato la sua strada in un contesto
totalmente diverso da quello dal quale era nata. Questa è la mia prima
impressione. Quindi, francamente, è interessantissimo proprio per questo tema,
perché anch’io da giovane… Ho 25 anni, ho cominciato a fare il giornalista due
anni fa, sono ovviamente ebreo, laico, termine improprio, sbagliato, ma,
insomma, questa idea della ricerca dell’identità mi riguarda, mi interessa. Io
ho avuto la formazione ebraica, ho frequentato le lezioni dal rabbino, l’ho
vissuta, ma è bello vedere come un giovane… perché riguarda tutti i giovani
questa idea della ricerca di una propria identità. La prima identità, un
ragazzo, una persona da dove la prende? Dalla famiglia, evidentemente. E quel
padre privato della sua identità è la persona che, infatti, non riesce a
trasmetterla ai figli. È un pretesto la mamma che beve: è l’idea della mancanza
di una guida, di un percorso. Il rabbino, il Moré, è un maestro, ed è uno di
quelli che ti segue nel percorso della tua vita. Manuela non ha queste figure
ma, nella prima fase di formazione, fa le sue esperienze politiche, le sue
esperienze di dibattito nelle assemblee, le sue esperienze sessuali, raccontate
in maniera politicamente scorretta per fortuna, grazie a Dio! Insomma, non siamo
più in un’Italia cattolica e bacchettona che non le deve vedere certe cose. In
America questi testi si vedono molto di più, sono più vivi: un disincantato,
passionale amore, bello, sincero, vero, di giovani, l’università, Lotta
Continua… E l’ebraismo non è dibattito? Non è confronto? Non è domanda? E quello
c’è. Non gliel’ha dato il padre, non gliel’ha dato la madre, perché non ce le
aveva, evidentemente, queste figure presenti, forti, determinate nel dargli una
identità; così Manuela la sua identità se la costruisce da sola. È un libro
positivo, l’ha detto la professoressa Arslan molto meglio di me, prima.
Secondo elemento: è un libro scritto da una donna. È un libro scritto da una
donna ed è un libro non soltanto rivolto alle donne, come in genere banalmente
viene detto, ma è scritto da una donna forte, determinata come le protagoniste,
come la nonna di questo libro, la nonna di Manuela che è una donna che ha, si
direbbe, tutti gli attributi per essere una hyddishmame di quelle serie, vere,
che non perdono l’identità, che la impongono. E allora andiamo un attimo a
vederlo, questo ambiente, perché alla fine la cosa bella sono anche gli
elementi, come è stato detto, e come vengono vissuti: gli odori del libro, le
situazioni. Quando, a un certo punto, il nonno dice: “Beh, basta, da domani non
siamo più ebrei”, la nonna dice: “Ma come, non essere più ebrei!”. Com’era
possibile? Che cos’altro poteva essere se non ebrea? E non rispettare il sabato?
Che cos’altro gli sarebbe capitato in quel nuovo mondo che le si affacciava?
Attenzione agli elementi: in cucina non c’erano più candele accese, non c’era né
il fiasco di vino, né il pane azzimo; il candelabro della menorah era scomparso
e suo padre parlava con Don Matteo. Anche quegli elementi che in qualsiasi casa
di ebrei si trovano, il pane azzimo, la menorah, il fiasco di vino per la
benedizione, quegli elementi, a un certo punto, scompaiono, vengono allontanati
in questa creazione di questa nuova identità. E questo, forse, spiega anche
perché il padre è la figura invisibile, perché è quello che non è stato
circonciso, primo atto tra l’uomo e Dio, il patto, il brit milà il patto tra
l’uomo e Dio, e lui non lo riceve. Non riceve quel patto, il brit milà, e gli
manca, gli manca quel pezzo di identità. Insomma nel brit milà, sapete tutti che
è la circoncisione, viene tagliato un pezzo del prepuzio. È un patto, è
un’alleanza, la prima alleanza che si crea tra il popolo ebraico, e il Signore.
Manca questo. Spariscono tutti questi elementi dalla sua vita, elementi che,
poi, lei ritroverà nei vari ambienti, nei vari ambienti che vive. Straordinaria,
secondo me, è la parte in cui si parla dell’arrivo in America, delle due New
York che vede la scrittrice e ce le racconta. Sarà perché io ci sono stato a New
York, e quindi l’ho vissuta, rileggendola l’ho vista e devo assolutamente
tornarci e spero che mi farà da guida se ci vedremo. C’è una frase che descrive
questa New York e che secondo me è “ficcante”, quando dice: La folla era così
compatta che ci impediva quasi di camminare, ma non alzava gli occhi dal
cemento. I pedoni avanzavano in un’anarchia controllata. Questo ossimoro delle
strade di Manhattan percorse da questa folla di persone, da questi automi che
camminano, ma in maniera controllata, è una delle immagini forse più belle per
rendere e per descrivere a un turista che deve arrivare a New York. Qui forse si
vede la mano della scrittrice, della giornalista, della persona che va, visita e
coglie elementi essenziali che in un flash, in un lampo, in una pennellata ti
descrive una situazione. È vero, anarchia controllata, quella di Manhattan. E
poi l’altra: I newyorchesi sono i piloti collaudatori della vita, perché hanno
il coraggio di gettarsi nel futuro. E New York era una città che insegnava a
morire come una cosa già avvenuta. Insomma, quella New York dove il pride,
l’orgoglio della diversità, che non è ostentazione, pride non vuol dire
ostentazione, vuol dire orgoglio, e l’orgoglio della diversità è orgoglio della
identità, cosa che l’America, fondata appunto sul crogiolo di diverse etnie, ha
saputo valorizzare. Quando si dice the God saves United States of America, si
intende Il Signore salvi gli Stati Uniti d’America, ma è un dio laico, è il dio
di tutti, è il dio d’America in cui ebrei, newyorchesi, negri, cinesi si
riconoscono, è questa immagine della New York, dell’America di tutti: libera,
aperta, dove ci sono varie identità e dove, magari, ancora si costruiranno
identità nuove. In America esistono ebraismi di tanti tipi: c’è l’ebraismo
refond, che qualcuno, anche a buon diritto, non considera ebraismo, c’è
l’ebraismo ortodosso. Insomma, anche lì, all’interno dell’ebraismo, ci sono
varie forme di espressione della identità. Quindi è interessante vedere anche
poi come si conclude il racconto, da questa città provinciale tenuta sotto il
giogo delle leggi razziali del 1938 e, dall’altra parte, questa America libera
dove si completa la formazione della propria identità. Un ultimo passaggio che
mi ha ricordato - e poi lo dovete leggere, insomma - che mi ha ricordato molto i
film di Woody Allen, perché c’è una situazione straordinaria quando Manuela va a
New York, anzi, per l’esattezza a Brooklyn, a casa di Jonathan, questo suo primo
amico venuto dall’esperienza dei kibbutz. E, pensate, sentite la situazione, le
prime sensazioni che Manuela, ragazza di provincia, cresciuta nella Milano bene
tra licei, discoteche, amori, San Remo, esperienze di vita piene, ma non
completamente soddisfacenti che lei sentiva che non era la sua vita, erano
tappe, fasi della sua vita… Insomma, arriva a Brooklyn, a casa di Jonathan, suo
primo amore, conosciuto nel kibbutz dove inizia la sua prima formazione ebraica,
e sentite quale situazione trova quando arriva a casa di questa famiglia di
ebrei newyorchesi, e ditemi se non l’avete vissuta e vista negli straordinari
film di Woody Allen: Nel chiasso che avvolgeva la casa ci si abbracciava con le
parole, fiumi di parole - come fa il sottoscritto, tra l’ altro - impastate una
con l’altra come uno strudel di sentimenti, e nel loro lessico familiare
riaffiorava puntuale il valore del denaro. Ragazzi, il denaro è importante, è il
denaro laico, però, questo, il denaro fatto col sudore della fronte, sudore
della fronte di una lobby ebraica vera, che esiste. Non c’è nulla di male a
chiamarla lobby, tra l’altro. Facciamolo, Chinaglia, un dibattito sulla lobby,
perché se ne parla sempre in maniera sbagliata, quasi che la Confindustria in
Italia non fosse una lobby. No, è una lobby legalizzata. Lobby non vuol dire
nient’altro che gruppo di pressione. E quindi anche qui si mistifica quando si
parla di lobby ebraica, del denaro, dell’ebreo attaccato al denaro. La
Confindustria non è attaccata al denaro? Ma giustamente, e fa le sue battaglie.
Dall’altra parte c’è il sindacato che fa le sue battaglie come una lobby. Ma qui
se usiamo il termine lobby, ci scandalizziamo; in America, che è gente seria,
invece no.
Nel loro lessico familiare riaffiorava puntuale il valore del denaro. Ma un
denaro guadagnato col sudore della fronte del padre di Jonathan, che ogni giorno
va nel suo ristorantino, che spera che il figlio diventi el paron del ristorante
e che porti avanti una tradizione di famiglia: quindi il denaro quello vero,
quello guadagnato con i meriti. I Rosen si amavano parlando del cibo e del
tempo…. Il tempo, nella concezione dell’ebraismo tra l’altro è importantissimo,
perché scandisce la vita dell’ebreo ogni giorno: dal mattino, dal coricandosi
fino all’alzandosi, il tempo nell’ebraismo assume una dimensione di identità.
…Del cibo e del tempo, delle piccole cose della giornata, sgridandosi,
offendendosi, tornando ad attaccare su altri fronti. Si attaccavano... -
guardate questa e poi finisco - si attaccavano nei lati più deboli e umani,
sapendo di andare a colpo sicuro. Volevano conoscere in fretta i nuovi venuti
per sottolinearne poi i difetti, facendo dell’umorismo, cercando piccoli
conflitti, confrontando le bassezze degli altri, nascondendo le proprie. Cosa
terapeutica tipica di qualsiasi seduta psicanalitica, dove si cerca di tirare
fuori i propri conflitti perché si mettano da parte i conflitti... Insomma è una
tavola imbandita dove avviene il disastro, avviene di tutto: si chiacchiera, si
discute, si litiga …confrontando le bassezze degli altri, nascondendo le
proprie, affacciandosi sulla nostalgia degli anni che passavano al quinto piano
di un condominio che tremava come una saliera quando sotto passava la
metropolitana. Woody Allen reso in modo scritto, ma che ci ricorda questo ebreo
con gli occhiali, goffo, col nasone tipo il mio, magrolino, che si aggira per le
strade di Brooklyn girando i suoi film. E ancora: …E pensare - altra situazione
tipica di questa Brooklyn di quegli anni - i sughi, i contorni, le portate erano
endovenose di grassi, di olio, di colesterolo che rallegravano la loro anima in
un mondo di cipolle, patate, fegatini, pesce lesso, mentre le saliere
circumnavigavano il tavolo da una mano all’altra per far mordere ancora di più
il cibo che scompariva veloce. Su tutto la carezza del vino.
Questo è veramente una scena tipica di una famiglia ebraica che in qualsiasi
parte del mondo si ritrova a festeggiare lo shabbat, qualsiasi altra festa, e
litiga, si scanna, discute, mangia. E come se mangia! Mangia, beve, assaggia.
Ogni tanto la nonna urlava - la nonna di Jonathan, parliamo del ragazzo di
Manuela, uno dei ragazzi di Manuela - ogni tanto la nonna urlava, all’improvviso
come la sirena di una nave che sta per entrare in porto. Non riusciva a seguire
la conversazione e fraintendeva molte parole eccitandosi. “Taci, mutti - che in
hiddish è madre - che già sopporto a malapena tua figlia, taci altrimenti ti do
una spremuta di limone per addolcirti”. La zittiva il padre di Jonathan, e lei
tornava a farsi ballare la dentiera in bocca. E pensare che fino a pochi anni
prima, Bella Abramovitz non si era mai fatta zittire da nessuno. No, lei la
vecchia hyddishmame, quella che comandava veramente la casa. Donne, donne forti,
donne coraggiose, donne che trasmettono - e qui veramente mi fermo - donne che
trasmettono l’identità, perché nell’ebraismo l’identità la si trasmette
attraverso la madre, vuoi per un vecchio principio del mater certa est, mentre
il papà un po’ meno, come dimostrano anche i fatti di questo libro, ma
insomma... Il principio ebraico della trasmissione dell’identità attraverso la
madre è un principio fondamentale proprio per la trasmissione della identità,
quindi della cultura, perché la madre è quella che sta più in casa coi figli, è
quella che dà la vita al figlio, in un certo qual modo. Nell’ebraismo viene
anche paragonata a Dio, è colei che crea. Il marito, il buon ebreo deve avere
sempre la kippàh sulla testa per ricordarsi che sopra c’è qualcuno che ha creato
il mondo. La donna non ha bisogno di coprirsi il capo, perché è anche colei che
dà la vita e ha un ruolo fondamentale nella educazione, nell’educazione del
figlio. E questo è un libro scritto da una donna, da una donna ebrea che scopre
via via nel corso della sua vita l’identità. E quindi qui le donne sono dipinte
veramente in tutta la loro umanità, in tutti i loro modi, dalla nonna fino a
Manuela che riscopre un modo di essere. La mia unica perplessità è capire
perché, e se è vero quello che ho provato a dire io, e cioè che questo padre,
invece, non viene descritto e è lì, in fondo, c’è e non c’è, ma non ha una sua
identità, forse perché lui ha avuto un’identità negata, anzi non l’ha proprio
avuta, non l’ha proprio cercata; l’ha avuta e l’ha realizzata nel lavoro, nella
costruzione di quelle case e non invece nella costruzione di un pensiero
interiore che in genere sono proprio le famiglie che ti sanno dare, che è il
primo nucleo nel quale nasce e si forma la persona.
Ruggero Chinaglia E quindi siamo entrati nel vivo del dibattito, nel vivo delle
questioni, che già erano molte e adesso sono diventate ancora di più. A me
paiono di grande interesse le questioni che sono state sollevate e poste da
ciascun relatore. Certamente quella che David pone all’esordio e alla
conclusione del suo intervento è la questione portante di tutto il libro, e
certamente adesso sentiremo da Silvia Kramar la sua proposta. Tuttavia, questo
mi evoca qualcosa che ho colto nella lettura, e quindi anch’io vorrei aggiungere
una breve notazione, perché questo libro, giustamente, come notavano vari
interventi a loro modo, è un libro che dissipa l’alternativa tra ebraismo
religioso ed ebraismo laico, dissipa questa alternativa puntando l’accento sulla
questione ebraica, quindi né come questione eminentemente religiosa né come
questione laica, ma come questione culturale, la questione ebraica come
questione del nome, come questione del padre. Ma quindi questo nome,
innominabile e anonimo, nome che non si può dire, nome che nessuno ha, è il nome
che non si può assumere, è il nome che non si può rappresentare, è il nome che
impedisce la sovrapposizione tra il padre e il papà. Ora, questo padre
invisibile, apparentemente invisibile, non indica forse proprio questo? Questo
nome che, innominabile e anonimo, impronunciabile e irrappresentabile, non è
assumibile da qualcuno per significarlo e tuttavia funziona. Funziona. E in
questo suo funzionamento c’è questa funzione di paternità che provoca alla
ricerca di una identità che è mai, tuttavia, raggiunta in maniera definitiva,
che è identità come questione di una ricerca che viene dall’esigenza di non
accontentarsi di un posto già assegnato, identità che però mai risulta conclusa
nella genealogia, un’identità che, come notavamo già prima, si avvale di molte
sfumature, di molte componenti, dalla tradizione all’insegnamento, alla ricerca
e all’esigenza, soprattutto, della scrittura della memoria, un’identità che non
si conclude nel ricordo di qualcosa, ma nella scrittura della memoria, quindi di
una tradizione che tuttavia non si chiude in se stessa ma, come le pagine
conclusive del libro sembrano indicare in maniera precisa, guarda all’avvenire.
Adesso sentiamo da Silvia Kramar le sue notazioni. Se ci sono, tuttavia, domande
e notazioni anche da parte del pubblico possono formularsi. Ecco, prego!
Dal pubblico Mi chiamo Zevi Luciana. Io ho sempre avuto una grande difficoltà,
chiamandomi Zevi, un nome difficile, difficile da portare. Giorni fa, in una
cerimonia che hanno fatto a Este, mi hanno definito uguale a mia nonna. Mia
nonna è stata deportata ad Auschwitz e io ho vissuto con una mamma cristiana e
un papà ebreo. Io ritengo che lui ha cambiato di prigione solo con la parola
amore, perché lui voleva tanto bene alla mia mamma e mi ha insegnato una cosa
che ho sentito che lei ha ribadito, la cultura ebraica. In tutta la famiglia,
cioè non la famiglia, il nucleo solo familiare nostro, la famiglia della mia
mamma che erano tutti cristiani, zii, cugini, perché loro… Allora io ho notato
che non è fantasia il cambio del nome o pensare che questa persona aveva
cambiato il nome. Anche la mia zia e mia cugina a Roma si chiamavano Zeri invece
di Zevi, perché Zeri a Roma ce n’erano tanti. Quando noi eravamo sfollati e mio
papà era senza una gamba, lui parlava in francese, diceva che era stato ferito
nella Marna, cioè non voleva che il suo nome e il suo cognome... Siamo stati
salvati dai cristiani, cioè dai preti, dico chiaramente, per cui bisogna anche
vedere il contesto in cui è stato cambiato, io non sono tanto brava a parlare.
Però è stato cambiato il nome, sì, ma bisogna vedere il contesto a Fiume,
com’era questa situazione. Però ricordatevi, lui ha detto chiaro, provengo da
una cultura ebraica. È vero. La cultura ebraica è meravigliosa. Dico io, sono
cristiana, ci tengo perché mio papà mi ha fatto cristiana, però mio papà ha
cambiato dopo che i genitori erano morti, perché loro gli avevano dato una
cultura ebraica. Non sono tanto brava a parlare, però volevo fare una domanda.
Come mai ha detto storia di una famiglia di ebrei italiani? Allora, si chiama
popolo ebraico. Questo, io volevo.
Ruggero Chinaglia No, è chiaro. Chiarissimo.
Luciana Zevi Popolo ebraico. Allora, sì, sono italiani che vivevano in Italia,
però il popolo è popolo di Dio. I cristiani, sarebbe una scelta.
Ruggero Chinaglia Molto bene.
Luciana Zevi Questo era un mio concetto, non so, dopo io ho fatto un po’ di
confusione. Scusatemi, non sono tanto brava.
Ruggero Chinaglia Ci sono altre domande? Allora intanto diamo corso alle prime
risposte.
Silvia Kramar Grazie. Rispondo velocemente alla signora, perché la sua è stata
una domanda complessa e lunga. Lei mi ha chiesto come mai Storia di una famiglia
di ebrei italiani, dicendo che gli ebrei sono un popolo. Certo che sono un
popolo, ma se i Noiman non fossero stati a Fiume nel ‘36, se quella notte il
nonno Ernst non avesse deciso di non far circoncidere il figlio e di cambiare
religione e nome, allora sarebbe stata una storia diversa, quindi la storia di
questa famiglia è proprio la storia di una famiglia di ebrei italiani, in questo
senso. Perché, se fossero rimasti in Polonia o in Ungheria, forse non si
sarebbero dovuti... non avrebbero fatto quello che hanno fatto e forse non
sarebbero sopravvissuti alla shoah in Polonia, che ha purtroppo ucciso quasi
tutti gli ebrei polacchi. Per rispondere invece alla domanda di David... Intanto
volevo ringraziare tutti quanti perché avete fatto tutti delle presentazioni
così belle e commoventi del mio libro, veramente vi ringrazio dal profondo del
cuore. Per rispondere alla domanda del padre, che è l’unico personaggio
invisibile del libro, devo dire che hai perfettamente ragione, hai centrato
proprio al 100% su questa cosa. Innanzitutto questa storia è, sì, un romanzo, ma
è anche una storia che è la mia biografia, sotto molti punti di vista, e mio
padre è stato proprio così. Mio padre è stato un uomo che non ha mai parlato di
nulla per il suo doppio esilio, uno l’esilio dalla religione, dalla cultura, dal
popolo ebraico e il secondo l’esilio da Fiume. Quindi, con questo doppio peso di
questo esilio, mio papà ha reagito chiudendosi in un mutismo totale per quanto
riguardava la sua vita. Io ho scoperto le nostre radici ebraiche grazie anche
all’America, perché, quando sono andata a studiare all’Università di giornalismo
di Boston, il mio cognome mi ha praticamente consegnato nelle mani dei gruppi di
studenti ebraici, i quali venivano da me e dicevano: “Ma tu sei un’ebrea
italiana”. E io dicevo: “Ma no, veramente”. Dicevano: “Si, Kramar, Kramer,
Kramer contro Kramer, in America è tanto ebraico quanto lo può essere Levi, per
dire”. E questa è una cosa. La seconda cosa è che, in America, tutti ti fanno
due domande, sempre: “Come ti chiami?” e “Da dove vieni?”. Una non viene fatta
senza l’altra. Tu ti chiami Rossi e allora ti dicono: “Rossi, vieni dall’Italia?
Da dove dall’Italia, da che parte? Qual è la tua storia?” C’è una grandissima
curiosità nei confronti delle radici. Uno che ha un nome russo, per esempio: “Ma
da dove vieni?” “Dalla Russia”. “Da che parte della Russia? Quando è arrivata la
tua famiglia? È arrivata alla fine del secolo, prima, dopo?”. E anche tra gli
ebrei americani c’è, soprattutto nella nostra generazione, moltissima voglia di
riscoprire. Quindi, di fronte a questa domanda che in Italia non mi era mai
stata fatta, “da dove vieni?”, perché ero milanese, nessuno mi chiedeva mai
niente, questa domanda me la sono posta anch’io. E allora sono tornata a casa e
ho cominciato a chiedere a mio padre, questo già vent’anni fa quando sono andata
negli Stati Uniti e anche di più: “Papà, ma noi siamo ebrei? Cioè la tua
famiglia è di origini ebraiche?”. Di fronte a questa domanda, mio padre non
diceva né sì né no, cioè continuava con questa sua invisibilità della quale
parlavi tu prima, proprio. Chiaramente non dicendo no, in un certo senso diceva
sì, tant’è vero che finalmente, due anni fa, per me è stata una vittoria enorme
sulla storia, se non altro sulla storia privata di mio padre, all’età di 80
anni, di fronte alla mia solita domanda che io gli ponevo, così come durante la
pasqua degli ebrei ci si continua a porre le stesse... ma io tutti gli anni
insistevo: “Papà, ma noi siamo ebrei, tu sei ebreo?”, finalmente, all’età di 80
anni lui ha detto: “E se anche lo fossi?”. Tipico proprio. Quindi anche tipico
della sua invisibilità, ma non solo. Nel personaggio di Davide, che a 14 anni
perde la sua identità, con questo contrabbando che gli viene fatto, cioè: “ Tu,
basta, da ora in poi non sei più un ragazzino ebreo”, io ho riconosciuto anche
tantissimi silenzi di moltissimi ebrei italiani della sua generazione che non si
sono convertiti, che sono sopravvissuti alla shoah, che hanno portato e che
portano tuttora addosso tutto quel peso immenso della storia, i quali sono
ancora invisibili, secondo me. Perché, a differenza degli ebrei americani di cui
Manuela parla nel libro, di cui parlo nel libro, che comunque te la buttano in
faccia questa loro identità, io trovo che la generazione di mio padre, degli
ebrei italiani di mio padre, vuole essere invisibile. E guai! Guai ad andarli a
toccare, guai ad andarli a punzecchiare, guai a chiedere a loro la loro storia,
perché non te la raccontano.
Ruggero Chinaglia Ci sono altre notazioni, altri interventi? Antonia, volevi
aggiungere qualcosa?
Antonia Arslan Sì, voglio dire una cosa che mi è venuta in mente prima. Volevo
leggere un altro pezzetto, perché ci avevo pensato, poi, insomma, c’erano altri
interventi. Ma adesso, a conclusione, penso che ci siano un paio di pezzettini
di questo libro che sono, come dicevo alla fine, ma non l’avevo dimostrato, di
una dolcezza straordinaria e abbastanza imprevedibili. Per esempio l’affetto, la
complicità che si stabilisce fra il nonno che si è convertito e il Don Matteo,
questo prete che l’ha convertito. Questo pezzettino è assolutamente unico:
Quelle litigate fra i due vecchi continuarono per settimane, ma erano soltanto
due vecchi tori che si scornavano, un ebreo e un prete, e ogni giorno il nonno
aspettava che Don Matteo si affacciasse sulla porta per avere qualcuno con cui
litigare, mentre il prete cercava di arrivare verso l’ora di pranzo, pregustando
un piatto di minestra, con i piedi stanchi e il saio sdrucito. È una brava
persona questo Don Matteo. E su tutti e due si diffondeva il sorriso di nonna
Miriam che al prete lo faceva togliere quel saio, senza ascoltare le sue
proteste, lasciandolo in canottiera e mutande, per rattopparglielo, come avrebbe
fatto quella moglie che forse lui, come tutti i preti di questo mondo, qualche
volta sognava.
È un cammeo, è un pezzettino, un cammeo, perché poi in effetti anche nel testo è
visivamente messo con uno spazio prima e uno dopo, perché, è chiaro, è una
specie di mini deviazione, un cammeo. E l’altro è: la dolcezza dei vecchi
matrimoni. Anche questo l’ho trovato abbastanza inusuale e ve lo darei come
pensierino della buona notte. Il vecchio che poi si suicida, perché gioca, è
sopravvissuto ai campi di sterminio, però si è messo a giocare e si sta giocando
tutto, e la moglie è questa sfatta francese grassissima che però lui continua ad
amare. Lui cominciò a baciarla. Era caldissima, una caldaia piena di quella vita
che lui quella sera sentiva sfuggirgli. La colmò di baci come soltanto un
vecchio sa fare, baci buoni come medicine, come biglietti per il cinema, come
cioccolatini, come clown del circo, come puntine di un grammofono magico, come
ricordi dimenticati e lasciapassare per quel paradiso di piaceri piccolissimi
che appartiene a chi è stato sposato per tutta la vita nel bene e nel male,
d’estate e d’inverno, nelle giornate di sole e in notti come quella che per lui
era l’anticamera della fine. Questa frase, quel paradiso di piaceri
piccolissimi, trovo che è da mettere tra le frasi memorabili, è vero, fra le
frasi memorabili per lo meno di queste ultime stagioni. Poi vedremo. Fra 10
anni, invece, io penso che ce la ricorderemo, perché è bella l’idea, il paradiso
di piaceri piccolissimi, come sono i piaceri, così, di un’età un po’ avanzata e
in cui però si è felici di ritrovarsi ogni giorno insieme.
Ruggero Chinaglia Grazie. Ora mi pare che anche Gianni Parenzo volesse
aggiungere qualcosa.
Gianni Parenzo Sì. Volevo ricordare due momenti, anch’io, qui, del libro: la
morte del nonno e la morte della nonna, due momenti anche questi cruciali del
libro. Ecco, in fondo i due nonni, i due nonni che si sono convertiti, sono
degli ebrei marrani. Voi sapete che gli ebrei marrani erano gli ebrei spagnoli,
i sefarditi, che erano stati costretti alla conversione forzata, nel 1492, nella
cattolica Spagna. Ecco, questa conversione dei nonni è, in fondo, una
conversione marrana, cioè loro sono rimasti ebrei, sono rimasti intimamente
ebrei, lo sono la nonna e il nonno, e inoltre lo vediamo nei due momenti
cruciali, la morte del nonno, prima preceduto da una parte in cui il prete Don
Matteo cercava di convincerlo in qualche modo a convertirsi. Sì, era già
convertito, aveva ricevuto il battesimo, però era rimasto ebreo e Don Matteo lo
sapeva, lo vedeva, e nel momento estremo della morte Don Matteo voleva dargli
l’estrema unzione. Allora, quella notte la febbre trasformò il nonno in una
fornace, gli occhi liquidi e le labbra che non volevano più bere, era un vecchio
scosso da tremiti che gli partivano dal cuore. Ebbe soltanto la forza di
domandare al suo dio che lo perdonasse, perché aveva abbandonato la sua gente,
perché su quel camion ci sarebbe dovuto salire anche lui. Lui si era salvato e
molti ebrei, anche appartenenti alla sua stessa famiglia, erano morti nella
shoah. Delirava e Don Matteo voleva dargli l’estrema unzione ma il nonno
rifiutò. Anche la scena in cui la nonna sta per morire e qui c’è l’incontro col
padre, col padre invisibile, chi diventerà poi... sì, col padre invisibile, come
abbiamo detto. E qui la nonna riferisce quello che il nonno le diceva: Gli
facevi pena. Tuo padre la notte veniva da me e mi diceva: “Io non posso fare
niente, non posso dirgli di essere un cattolico e un ebreo al tempo stesso, ma
come vorrei che capisse da solo, questo figlio, che scegliesse una strada
segreta. Cioè, in qualche modo voleva che anche lui capisse che in fondo erano
marrani e che anche lui, da solo, riuscisse a capire, però, effettivamente,
com’è stato anche ampiamente illustrato da David, il padre non ha trasmesso
nulla a questo figlio e quindi, ecco questa figura del padre.
Ruggero Chinaglia Bene. Allora si sono iscritti a parlare, per concludere, Maria
Antonietta Viero, David, Parenzo e Silvia Kramar. Prima di dare via a
quest’ultima tornata di interventi, voglio ricordarvi che sono disponibili nella
sala le copie del libro di Silvia Kramar, che sono acquistabili per leggere
questo libro, accogliendo l’invito che caldamente David rivolgeva a ciascuno, e
che Silvia sarà lieta di autografare, di dedicare a ciascuno. Ora, voglio
ricordare che ciascun giovedì, a partire dal prossimo, quindi dal 7, ci sono
degli incontri intorno alla esperienza, storia e clinica cifrematica, presso
l’Hotel Biri alle ore 21, sempre tra gli incontri organizzati dall’Associazione
cifrematica di Padova. Allora prego. Sempre mantenendo la concisa brevitate.
Maria Antonietta Viero Volevo leggere un pezzettino di pagina che dà un senso,
che almeno mi è sembrato di trovare nel libro, ed è questo filo che è proprio
dato dall’amore, dall’amore e dall’inamore, il sentirsi amata e amare, e c’è una
pagina che è sempre di questi francesi che mi sembra di una bellezza
incredibile, e ve la leggo:
Eppure di notte, a volte, la ceca cercava ancora il piacere delle mani del
vecchio ebreo, e lui non glielo negava mai, come non si nega l’acqua a un fiore.
La conosceva bene e lei conosceva quelle dita che si faceva scivolare tra le
gambe. La brezza marina entrava dalle finestre spalancate su una linea
d’orizzonte che forse era l’Africa. E lei gemeva piano, con educazione. Siamo
animali che riescono ad amare anche dopo che hanno conosciuto l’orrore, perché
sappiamo tutti che siamo mortali e che l’amore è soltanto la punteggiatura che
rallenta i capitoli, i capoversi e i paragrafi della nostra vita. Così pensava
il francese dopo aver bevuto il nettare di sua moglie, stringendola nel buio
della grande villa come se fosse una zattera in un fiume. Siamo animali capaci
di amare finché avremo la certezza che non esiste una persona al mondo, una sola
immortale, ma, siccome moriamo tutti, siccome questa è l’unica giustizia,
cediamo all’amore, che è un’illusione, ma pur sempre la migliore, un gioco che a
volte riesce.
Ruggero Chinaglia Bene. David.
David Parenzo Allora, anch’io rapidissimamente due brani che, anche questi, ci
ricordano due diversi modi sempre di intendere l’identità ebraica, l’identità
ebraica che qui, evidentemente come abbiamo detto, è descritta in maniera molto
positiva e viva, perché l’ebraismo si trasmette di generazione in generazione e
si vive attraverso il compimento delle mitsvot, dei precetti, ogni giorno, e
sono cose quindi che riguardano quindi la vita di ogni giorno. Siamo nella
cucina del padre di Jonathan, questo amore newyorchese che vorrebbe portare poi
Manuela, riportarla nel kibbutz in Israele, siamo nella cucina del padre di
Jonathan, quindi nel ristorante del padre di Jonathan, e guardate anche qui la
contaminazione di una persona che vive a New York, vive a Brooklyn, ha la sua
professione a Brooklyn, però ha questo vissuto, questo ricordo della sua
formazione di ebreo europeo e lo riversa evidentemente nel suo grande mestiere
di ogni giorno che è quello di fare il cuoco e di allietare il palato degli
avventori del locale. Dice il padre di Jonathan riferendosi a Manuela, in questo
dialogo. Anzitutto descriviamo: La cucina era un via vai di cuochi e di
camerieri. Mi fece cenno di seguirlo e prese a parlarmi della sua infanzia e dei
piatti di sua nonna. Nonna, non nonno, ancora una volta una figura di donna
presente che trasmette l’identità, in questo caso attraverso i manicaretti. Non
posso fermare il mondo, diceva, ma posso tener viva la cucina della vecchia
Europa. Mentre badava a una padella sul fuoco mi disse che il Gefillte fisch, il
pesce salato, assumeva un sapore diverso quando lo si affettava a mano. E, via
via, poi, nella descrizione dei piatti e di manicaretti. Questo per farvi vedere
come anche a Brooklyn vivono insieme identità diverse e sono anche identità
culinarie, evidentemente, di un vissuto che questi europei d’Europa si sono
portati e hanno portato negli Stati Uniti d’America. E questo apre un altro
spazio di riflessione che riguarda proprio gli ebrei e la contaminazione che gli
ebrei hanno sempre avuto, nella loro presenza, sul territorio nel quale vivono,
per cui gli ebrei d’Europa erano perfettamente integrati nella società europea
e, di questo, hanno preso, assimilato in maniera positiva nella costruzione di
un ebraismo, di un’identità europea che esiste e che c’è ancora, nonostante il
terribile episodio della shoah. E questo, però, è molto importante perché, se
andiamo a vedere anche la storia degli ebrei d’Europa o degli ebrei italiani, i
“carciofi alla giudia”, per esempio, si chiamano così. Ma perché? Ci sarà un
motivo di questa contaminazione tra ebrei e persone che vivono nel posto? Perché
c’è questa idea della cultura, di prendere una parte della cultura e di
trasmetterne dell’altra. Ecco perché il popolo ebraico è sopravvissuto ai
massacri della storia. La shoah è stato uno degli ultimi. Il 1492, la cacciata
degli ebrei dalla Spagna e, via ancora, la storia è stata un pendolo continuo di
persecuzioni. La storia ha avuto inclusioni ed esclusioni anche in Italia.
Abbiamo ricordato da poco la Giornata della memoria e, insomma, non
dimentichiamo anche il ruolo che ha avuto l’Italia, nel 1938, con le leggi
razziali. Ricordate Fred Uhlman, il libro di Fred Uhlman Se questo è un uomo,
che spiega perfettamente quanto gli ebrei della Germania...
Dal pubblico L’amico ritrovato.
David Parenzo L’amico ritrovato, pardon. Grazie. E lì c’è un’immagine
straordinaria del padre del ragazzo che manda il ragazzo all’estero e il padre
si uccide con il gas. Dice: “Ma io non posso pensare che la mia Germania, la
Germania per la quale io avevo combattuto la prima guerra mondiale, mi faccia
questo!”. E quanti ebrei italiani hanno fatto il Risorgimento! Quanti ebrei
italiani hanno partecipato alla costruzione dell’unità d’Italia! Quanti ebrei
hanno fatto la prima guerra mondiale! Perchè erano parte, erano cittadini
italiani a tutti gli effetti. E questo viene fuori nel vissuto di ognuno, ed è
importante ricordarlo. L’altro aspetto positivo, anche qui, di come la shoah può
assumere una dimensione di vita, paradossalmente, ce la insegna zio Teodoro,
questa persona che poi guida Manuela nella sua formazione, la invita ad andare
in Israele, ad avere una formazione ebraica, a scoprire le proprie origini. Zio
Teodoro è sul letto di morte, logorato da un tumore che da lì a poco lo
distruggerà e, rivolgendosi a Manuela, gli dice questa frase: “Tieni questa
stella di David, Manuela - quella che evidentemente teneva nel ghetto, teneva
perché imposta dal regime -. Viene dalla Polonia e a me ha portato fortuna. In
fondo sarei potuto morire come i miei coetanei e invece sono ancora qui”. Questa
idea della trasmissione della memoria, dell’orgoglio, della forza di essere
vivi, di esserci, i tanti modi con cui si può trasmettere, anche attraverso un
gesto, un simbolo, che procura lacerazione e dolore. C’è chi aveva la stella e
c’è chi aveva un numero tatuato sul braccio, come le mucche. 174517 era il
numero che Primo Levi aveva tatuato sul braccio e quello nessuno glielo poteva
cancellare. E queste persone tenevano la stella di David, cosa che gli aveva
portato dolore, nel loro portafoglio. E a me, se posso permettermi soltanto un
piccolo Amarcord personale, questa cosa mi ha ricordato mia nonna materna,
deportata nei campi di concentramento di Bergen-belsen e che teneva sempre nel
suo portafoglio la stella di David; la conservava, la teneva. Poi, dopo,
purtroppo, una sera che siamo andati al cinema, l’ha persa perché le avevano
rubato il portafoglio e mi ricordo il suo pianto, il pianto per avere perso una
parte della sua vita, che aveva probabilmente contribuito in negativo a crearle
l’identità. E che c’erano anche molti ebrei che erano assimilati, che quella
identità l’hanno riscoperta all’interno del campo di concentramento, che nel
campo di concentramento tenevano la pagnotta per il venerdì sera, perché di
venerdì bisogna fare il pasto più grande, più abbondante, sacrificandosi, pur
non essendo ebrei, che provavano ad accendere le candele all’interno del campo,
quella candela che cerca di rimanere accesa e che si accende in un momento della
vita di qualsiasi persona. Ma a un certo punto scatta l’identità ebraica, e
quella non la puoi più spegnere. E non c’è acqua di battesimo che te la
cancella, perché rimane o con l’atto della circoncisione o con l’atto
dell’identità.
Silvia Kramar Bene, vi ringrazio moltissimo per essere venuti. Vi lascio, spero,
con i personaggi del mio libro che sono tanti, sono buoni, sono cattivi, sono
giusti, sono ingiusti, ma che, comunque, alla fine del romanzo, se lo leggerete,
capirete che sono stati tutti perdonati, perché non c’è da parte mia, da parte
dell’autrice, anche da parte della protagonista Manuela nella sua vita di
fiction, non c’è mai il desiderio, in questo libro, di punire, di criticare, di
giudicare: solo di vedere, di osservare, di capire le storie e attraverso la
storia di capire tutti quanti. Quindi vi ringrazio ancora e vi lascio.
Ruggero Chinaglia Allora grazie a Silvia Kramar, ad Antonia Arslan, Gianni
Parenzo, David Parenzo, Maria Antonietta Viero, grazie a ciascuno di voi e alle
prossime occasioni. Buonanotte, arrivederci.
Ruggero Chinaglia - via Nazareth, 6 - 35128 Padova
Tel. - Fax 0498759300 - email
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