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Francesco Amato

Il tempo dei lupi

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Per mestiere sono abituato ad ascoltare senza annoiarmi. Non posso pretendere la cosa da voi, uditori volontari. Gli oratori si distinguono in due categorie: quelli che affascinano e quelli che annoiano. Io rientro in questa seconda categoria. Sì, perché, nonostante la buona volontà, l'attenzione degli ascoltatori scema e poi precipita nella noia, che, presto, diventa sofferenza. Conosco un drastico rimedio, l'uovo di Colombo: per non affliggere, rimanere in silenzio. Ma, poiché sono qui a Padova, qualcosa devo pur dire. Conosco un buon palliativo per annoiare poco: la brevità. Mi limiterò dunque ad alcuni flash, tra il serio e il faceto, prendendo spunto da quanto ho udito in occasione di precedenti presentazioni del romanzo.

Primo flash:: gli editori sono dei diavoli. Su questo non c'è dubbio. "Chi è Barabba?" si domandava un pensatore, per poi rispondere sbuffando: "Certamente un editore!". Alludeva ai gruppi monopolistici che gestiscono i mezzi di comunicazione e che impongono ai lettori, considerati alla stregua dei consumatori, cosa si deve acquistare, leggere o far finta di leggere. Non è il caso di Spirali, che, come vedete, dà spazio ai giovani, promettenti scrittori di 64 anni. Le difficoltà che un editore libero deve affrontare per sopravvivere sono enormi. È arduo navigare nel mare nostrum dell'editoria, solcato da quei micidiali siluri costituiti dai supplementi dei quotidiani. Altro che par condicio! Ecco perché i miei ringraziamenti vanno a voi, signori uditori e lettori per la vostra pazienza, e alla casa editrice Spirali per il suo coraggio.

Altro flash:: qualcuno ha detto che Il tempo dei lupi è un romanzo giallo. Leggo sulla quarta di copertina: "Giallo giudiziario che ha uno scenario tutto italiano. C'è la nota misteriosa di un ufficiale dei servizi di sicurezza - suicidio, omicidio, disgrazia - c'è una pistola dorata, una signora enigmatica, un commissario di polizia, c'è un'inchiesta, un delitto perfetto, forse, un delitto nella camera chiusa". I migliori giallisti si sono cimentati sul tema della camera chiusa e i titoli sono invitanti, alcuni leggermente orientati al macabro: Le tre bare di John Dixon, La casa stregata di Carter Dixon, L'enigma dello spillo di Edgar Wallace. E sentite questi, inneggianti alla vita: Morte di un arlecchino di Agatha Christie, La canarina assassinata di Van Dine, e via dicendo. Ma i romanzi gialli, alla fine, di solito all'ultima pagina, contengono la soluzione dell'enigma.

Sherlock Holmes, applicando la scienza dell'osservazione e delle deduzioni, raggiunge sempre il bandolo delle questioni, con la presenza distensiva del dottor Watson. Il sostituto procuratore Vannini, protagonista della mia vicenda, è invece solo. Sherlock Holmes collabora con il primo ministro inglese, con il presidente della repubblica francese, con Sua Santità, con il ministro ottomano, con la dinastia danese e altri regnanti. Vannini non ha e non vuole avere amici potenti. Poirot, utilizzando il metodo dei confronti collettivi salottieri, ottiene sempre quello che una volta si chiamava "la prova principe", la confessione del colpevole, un lungo ed esotico viaggio sull'Orient Express, una lussuosa crociera sul Nilo, la disponibilità degli indiziati.

Dubito che in Italia possano verificarsi queste condizioni; sono scomodi i treni, non navigabili i fiumi. E poi, Vannini, i viaggi non li faceva. Maigret incastra con prove schiaccianti l'assassino. Che ingratitudine umana: egli meritava di essere nominato prefetto di polizia. In Italia, dove il merito è ricompensato, avrebbe certamente ricevuto una carica parlamentare, ma almeno il commissario francese aveva il compenso della signora Maigret, Louise Maigret, l'ideale delle mogli: mite, paziente, servizievole, una cosa da raccomandare alle migliori famiglie. Nessuna donna, invece, aspetta a casa il mio Vannini, né una Louise né una Santippe. Come è stata ingiustamente malfamata la signora Santippe, che riusciva a sopportare la saggezza geniale di Socrate! L'avvocato Bruio, un personaggio dei romanzi di De Cataldo, arriva sempre a risolvere il caso con indagini paraprocessuali, senza collaborare con le autorità costituite, frequentando centinaia di persone. Il mio Vannini, al contrario, è oppresso dalla solitudine, frastornato dalle menzogne, schiacciato dal potere. Il vero potere! Quello che consiste nell'abuso del potere. Orbene, Il tempo dei lupi non dà un'esplicita risposta al problema che lo innerva, quindi non è un romanzo giallo.

Nella gamma offerta di diverse possibili soluzioni, spetta al lettore individuare quella più attendibile. Ahimé, in rerum natura tutto è difficile. Come afferrare la verità? Ha mille sfaccettature. E le incognite condizionano la comprensione perfino dei fatti cosiddetti accertati. Forse si deve pervenire all'amara conclusione di doverci accontentare di un surrogato della verità ignota, e, a dirla con Pirandello, di un velo della verità. Altri hanno accostato Il tempo dei lupi alle spy stories. Apro qui uno spiraglio sul trapassato remoto, poiché le cose antiche non lambiscono le nostre coscienze. La prima spy story documentalmente registrata rimonta al XIII secolo a.C., ed ebbe un cronista di eccezione, conteso anche oggi dalle case editrici, l'autore del libro di Giosuè, dove si parla di fatti sublimi e di misfatti atroci. Due agenti segreti israeliani, i fondatori del Mussad, suppongo, entrano clandestinamente a Gerico e agganciano una bella donna chiamata Raab, di mestiere prostituta. Con minacce di morte e promesse di vantaggi ottengono la collaborazione di Raab, la quale li informa della situazione socio-politico-militare dei suoi connazionali. I guerrieri israeliani, favoriti dalla meretrice e protetti dal dio dell'esercito, muovono all'attacco di Gerico, la conquistano e vi portano lo sterminio. Narra l'illustrissimo cronista: "Con niente affatto celato compiacimento, passarono a fil di spada ogni essere che era nella città, dall'uomo alla donna, dal bambino al vecchio; ed eziandio i buoi, le pecore, gli asini". Furono risparmiati soltanto la fortunata antenata di Mata Hari, i suoi familiari e i loro beni. Il ricatto della paura e i vantaggi economici sono i consueti mezzi usati dai servizi cosiddetti di sicurezza.

Ben lo sapeva Napoleone, che probabilmente ignorava la Bibbia, ma aveva studiato il trattato cinese sulla guerra e sullo spionaggio, compilato nel VI secolo a.C. da Sun Tzu. Al traditore, ex giacobino, ex repubblicano, ex terrorista Fouchet, che in un raro slancio di idealismo gli aveva proposto di insignire della legion d'onore un agente segreto, l'imperatore ordinò: "Mandategli un mucchietto di monete d'oro, è la sola ricompensa che meritano le spie". A proposito del mandarino Sun Tzu, costui classificò gli agenti segreti in cinque categorie: spie locali, spie interne, spie convertite, spie condannate, spie sopravvissute. Non è presa in considerazione, nel trattato, la classe delle spie mosse dall'ideologia, neppure viene prevista quella categoria di rompiballe che scrivono sulle spie e sui delitti in camera sigillata.

Ritorniamo così al presente. Il tempo dei lupi, spy story? Il menù sarebbe quello tipico della fiction in genere, inserita nella nostra cronaca più recente: servizi stranieri interessati a una grossa fornitura di armi, comportamenti equivoci del servizio italiano, giudici integerrimi, funzionari di polizia bloccati nelle indagini, superiori infingardi, campagne di stampa denigratorie e pilotate. Queste cose accadevano nel 1968. Ma la spy story si muove su ampi spazi. Il protagonista trasvola mari, percorre deserti, alloggia in un albergo a 4 o a 5 stelle, fa l'amore con donne ovviamente bellissime ed esperte nell'ars amatoria.

Purtroppo, nulla di tutto questo avviene nel mio romanzo. "Mettici una scena sexy" - si raccomandava un amico mentre lo scrivevo - "è il genere che va di moda". Ho resistito alla tentazione. La scena sexy non rientrava nell'economia dell'opera. E ancora: nella spy story i personaggi positivi si contrappongono a quelli negativi tout court in dinamiche e complicate, mirabolanti avventure mozzafiato. Nel mio libro, invece, i fatti sono ridotti al minimo e i personaggi non sono né spregevoli né eroici. Nel Tempo dei lupi non ci sono uomini buoni o cattivi, o da odiare o da disprezzare; ci sono soltanto uomini con le loro miserie e le loro ricchezze, con le loro azioni, queste sì, buone o cattive, c'è l'intrigo, il timore, il coraggio, la solitudine, pure l'amore. È che io, con l'inesperienza della mia età, non ho ancora capito cosa significhi l'uomo buono. Riconosco i miei limiti. Non ho la penna di Manzoni per dipingere un Don Rodrigo sempre malvagio o un Fra' Cristoforo sempre eccelso, a parte il noto giovanile incidente di percorso.

Dicevo, cosa significa essere buono? Vorrei fare un esempio, non empio, piuttosto poco conformistico. Ricordate Dante, quando canta San Francesco che, ...per la sete del martiro, / nella presenza del soldan superba / predicò Cristo e gli altri che il seguiro. Il poeta canta con l'aspetto della verità. Ma c'era un altro aspetto trascurato della medesima verità. Il poveretto d'Assisi, il buono, il santo, definito da Tolstoj "il secondo cristiano dopo Cristo", partecipò alla quinta crociata e benedì vessilli ed invasori. Fu azione di uomo buono o è tutto relativo? I nostri pensieri, le nostre verità, le nostre certezze? Al contrario, fu buona l'azione del sultano Malek Al Kamil che lo accolse con raffinata ospitalità e lo voleva riempire di doni. Francesco rifiutò: "Sei un infedele!", gli disse. Il sultano insisteva: "Prendili lo stesso, prendili per i tuoi poveri". E l'ostinato santo: "No! Prima ti devi convertire!". In definitiva, i poveri di San Francesco rimasero poveri.

Altro flash: Nando Dalla Chiesa ha scorto nel Tempo dei lupi una finalità pedagogica, e, con il suo forbito eloquio, quasi mi convinceva, quando ho pensato a Charlot, ai suoi film dal contenuto rivoluzionario - vere e proprie denunce per la società capitalistica e corrotta provenienti da un poeta generoso - ho pensato a Charlie Chaplin, che negli ultimi anni della sua vita confessò di aver prodotto i film per guadagnare, per arricchirsi, in altre parole. Mentre il richiamo all'aspetto economico non sarebbe confacente, ma addirittura comico per uno scrittore oggi in Italia, lo scopo pedagogico di cui parla Dalla Chiesa era l'ultimo dei miei pensieri e il più soffocato dall'inconscio. Volevo soltanto, nello scrivere il libro, descrivere uno spicchio della storia di un uomo che seguiva i precetti di vita, i precetti sociali e religiosi dei dieci comandamenti, o meglio, i precetti laici espressi concisamente e mirabilmente dai romani con le massime Neminem ledere, Suum cuique tribuere, Honeste vivere.

Qualcuno mi potrebbe chiedere: "Se non perseguivi alcuno scopo, qual è stato il movente che ti ha spinto all'opera?". Rispondo: "Non lo so". Scrivere è un assurdo vizio, e ciò che è assurdo non può trovare razionale spiegazione, quia absurdum est. Chissà, assurdo come angoscia, incoerenza, come forma di evasione o di finzione, ma assurdo anche come inutilità di tutte le cose, vanità di ogni vanità. Cito un dialogo di Nietzsche: "Tutto ciò che è scrivere mi riempie di sdegno e di vergogna". "Allora perché scrivi?" "Per liberarmi dai miei pensieri". "Perché te ne vuoi liberare?". "Me ne voglio liberare, lo voglio proprio". "Basta, basta così!". Un dialogo assurdo. Certo! "Ma io non voglio andare tra i matti" - replicherebbe Alice - "Non hai altra scelta - direbbe il gatto - qui siamo tutti matti". Il riferimento agli scrittori o presunti tali è d'obbligo.

Dunque, Il tempo dei lupi non è un romanzo giallo, non è una spy story, non ha contenuto pedagogico e non è neppure un libro di storia. Ma allora cos'è? È un romanzo atipico, un romanzo che ha per cuore la narrazione emotiva di un'inchiesta giudiziaria che avrebbe voluto penetrare nei settori proibiti dei poteri occulti; è l'ansia della ricerca infruttuosa, è la descrizione dell'attività di un giudice - fatti e pensieri - che si incrociano con le storie - fatti e pensieri - di altri uomini, il tutto compreso in un breve arco di tempo. È una storia che si dipana in spazi ridotti: corridoi, ambulacri, uffici sono i luoghi dove le burocrazie manipolano i fatti che diventano presto memorie o scompaiono nel nulla, o, sedimentandosi in infinite distorsioni, si fanno cronaca maligna, strumento di ricatto, potere occulto. Dedicata a Ottorino Pesce, un collega dimenticato. Alla sua figura mi sono ispirato nel tratteggiare la personalità di Vannini.

Epoca 1968: la guerra fredda s'insanguina, carri armati sovietici a Praga, orrore nel Vietnam, palestinesi senza più patria, manifestazioni studentesche, disoccupazioni, lotte operaie, scioperi. Antefatto: l'opinione pubblica vorrebbe sapere se il piano Solo, elaborato dal generale Di Lorenzo, già capo del Sifar e, dopo, comandante dell'Arma, era o no finalizzato a un golpe. La collettività vorrebbe sapere anche di certe vicende connesse alla erogazione di pubblico denaro in favore di gruppi e persone. Trapelano notizie di occulti reclutamenti paramilitari che vengono collegati, a torto o a ragione, al piano Solo. Non si sa ancora nulla su Gladio, struttura supersegreta, tenuta ermetica, su cui incombeva la CIA, che in parte la finanziava. Come dirà in seguito un affiliato: "La superficialità dilagante, il sensazionalismo della stampa diventano i migliori alleati per fare in modo che non se ne capisca nulla".

E poi ci sono gli "anticorpi". Siamo alla vigilia della strategia della tensione e della strage di piazza Fontana. Un pomeriggio di quella afosa estate 1968 un colonnello del Servizio segreto, che aveva rivestito un importantissimo incarico, viene trovato morto nel suo studio romano: un proiettile gli ha trapassato il cranio. Sotto la mano destra, una graziosa piccola pistola dal calcio dorato.

Tutti dicono: "Suicidio!" Si apre però un'inchiesta. Il pubblico ministero ha dei sospetti, si imbatte in reticenze, menzogne, ostilità. In nome di un segreto di stato può essere sacrificata la verità? E quale verità? Quali gli interessi coinvolti? Quelli dei mercanti di armi o quelli che nascono da intese o intrighi politici ed economici, o quelli veri della collettività?

Nella storia si muovono vari personaggi, alcuni inseriti nelle strutture statali, altri no, ciascuno di loro in possesso di una tessera del mosaico, ma, per sfortunate circostanze o calcolate decisioni, il mosaico, sebbene sia massimo l'impegno del valoroso magistrato che ritiene di essere a un passo dalla verità, non si compatta, l'istruttoria si arena nelle secche del palazzaccio; sul fatto cala il sipario del silenzio.

"L' insoddisfazione colora il romanzo", è stato un commento.

Vero! Insoddisfatto è il vecchio lupo, il generale Bernardi, consapevole del suo cinismo; insoddisfatto è il maresciallo Di Lernia, l'anziano, mesto sottufficiale dei Servizi su cui cadono improvvisamente i pezzi infranti delle sue certezze, tutta una vita per nulla; insoddisfatto è il giovane giornalista Sebastiano, che vorrebbe, con le sue poesie, comunicare l'incomunicabile; insoddisfatto è infine il sostituto procuratore Vannini per i risultati non appaganti della sua professione, per la verità che non riesce a raggiungere, per la solitudine che lo accompagna.

Ma questo stato d'animo non contrasta, bensì coesiste in lui con l'entusiasmo, con l'impegno civico, con la fede negli ideali, e, anzi, li alimenta. A ben riflettere, l'insoddisfazione costituisce l'essenza dell'intelligenza umana. L'insoddisfazione è anche la forza che spinge l'uomo a guardare l'orizzonte, che porta l'uomo, quando è spenta ogni speranza, malgrado tutto, a sperare.

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