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14 febbraio 1996 Conferenza con dibattito di Francesco Amato, giudice di Corte d'Assise, dal titolo Il tempo dei lupi. Giustizia e informazione, con Ruggero Chinaglia, psicanalista, Umberto Curi, filosofo, Giovanni Palombarini, magistrato, Sala della Gran Guardia, Padova.

Giovanni Palombarini

Una testimonianza

Chiweb

Ho letto volentieri e con interesse crescente questo libro di Francesco Amato, perché è un libro che, per quanto mi riguarda, ha suscitato la riflessione con riferimento a diverse questioni, sia sotto un profilo, se si può dire così, storico, con riferimento cioè a fatti che sono accaduti, ma neppure troppo lontani nel tempo, fatti e situazioni che molti ricordano, sia con riferimento all'attualità, perché questo romanzo, nel ricostruire in maniera così tranquilla, intrecciando probabilmente momenti di fantasia a fatti visti e percepiti direttamente, ricostruendo una vicenda che si colloca abbastanza lontana nel tempo - siamo alla fine degli anni '60 - in realtà poi rimanda a una serie di questioni aperte che riguardano immediatamente la nostra vita presente, fra cui, sicuramente, i rapporti fra giustizia e informazione; rapporti molteplici, che possono essere esaminati da diversi punti di vista, ma che rimanda ad altre questioni aperte nella società in cui viviamo, e nella tendenza dentro la quale gli assetti sociali si vanno ricollocando faticosamente in questa stagione.

Ho letto con grande interesse questo libro, intanto perché mi ha fatto vedere di nuovo, mi ha ricordato, mi ha descritto - sia pure attraverso questo modo di scrivere tranquillo di Francesco Amato, che ricostruisce quasi con distacco delle storie viste e raccontate, senza esprimere, per altro, giudizi perentori - mi ha raccontato, mi fa fatto rivivere quale era la situazione della giustizia e dell'organizzazione della giustizia nel nostro paese alla fine degli anni '60. Noi, oggi, abbiamo un dibattito aperto su questa situazione, un dibattito anche aspro; si confrontano posizioni e prospettive radicalmente diverse. Però è interessante, leggendo questo libro, vedere come eravamo, cioè da dove siamo partiti per arrivare alla situazione di oggi.

L'organizzazione della giustizia, alla fine degli anni '60, era sostanzialmente, in particolare per quanto riguarda gli uffici del pubblico ministero, ma in generale per quanto riguarda l'intera magistratura, era un'organizzazione di tipo gerarchico, di tipo piramidale, nella quale tutta una serie di scelte erano funzionali e predisposte in corrispondenza di quelle che erano le aspettative e le attese delle forze di governo.

Per fare un esempio concreto e che riguarda anche personaggi di questo libro, le scelte dei procuratori della Repubblica delle grandi città, in particolare di Roma, le scelte dei procuratori generali, che, allora, diversamente da oggi avevano un grosso potere, erano scelte che passavano attraverso mediazioni politiche che sfuggivano largamente ai principi di indipendenza e di obbligatorietà dell'azione penale.

Il principio di obbligatorietà dell'azione penale, che è stato introdotto nella Costituzione del '46 nel tentativo di far fare un passo in avanti in termini di effettività rispetto ai principi di uguaglianza, al principio di legalità, di fatto veniva continuamente messo in crisi, o addirittura dimenticato attraverso meccanismi molto puntuali. L'azione penale che partiva da grandi procure, in particolare quelle vicine al potere politico, in particolare quella di Roma, era un'azione penale condizionata largamente dai rapporti, dai debiti, dalle compromissioni che erano a monte di determinate scelte.

Era una stagione nella quale non c'erano conflitti; non c'era questa storia che, ormai da qualche anno, vediamo tutti i giorni sui giornali, negli organi di informazione, questo conflitto aspro fra giurisdizione e potere politico, e non c'era per la semplice ragione che non c'era nessuna ragione perché questi conflitti ci fossero. L'atteggiamento, i comportamenti di chi dirigeva determinati uffici, in particolare procure della Repubblica, corrispondevano ampiamente alle aspettative dei partiti di governo.

In questo libro si racconta la storia che riguarda questa indagine, questa ricerca di verità che faticosamente viene portata avanti da un magistrato, con riferimento a un determinato episodio: l'episodio è la morte del colonnello Rocca. Ovviamente nel libro non ha questo nome. Un ufficiale dei servizi trovato morto in una stanza di un appartamento di pertinenza dei servizi; la cosa viene immediatamente presentata, e verrà poi archiviata, come suicidio. La ricerca di questo magistrato è finalizzata a vedere se davvero di suicidio si tratta.

Questa storia si chiude bruscamente per il fatto che un procuratore generale avoca a sé il processo, cioè se lo prende, lo sottrae al magistrato che ne era il titolare, e lo avoca per insabbiarlo. Questa è una vicenda che è avvenuta molto spesso in quella stagione. Siamo vicini, tanto per ricordare un episodio, alla strage di piazza Fontana; un magistrato della procura di Milano aveva organizzato, un certo pomeriggio, un confronto per verificare, per vedere dal vivo in che cosa consisteva davvero il riconoscimento, da parte di un certo teste, di tale Valpreda come la persona vista avviarsi con una valigetta verso una banca, la Banca Nazionale dell'Agricoltura. La mattina successiva va in ufficio e non trova più sul suo tavolo quel fascicolo che il suo procuratore capo gli aveva preso e aveva mandato a Roma "per competenza".

Era una stagione in cui, siamo all'inizio degli anni '70, una sorte più o meno analoga era riservata alle prime parziali inchieste sui fatti di criminalità politica amministrativa. La corruzione non è un fatto che scoppia negli anni '80: viene scoperta negli anni '90, ma è un fatto ovviamente più antico. Già negli anni '70 si erano aperte serie di inchieste che, attraverso una serie di meccanismi, sono poi arrivate alla conclusione che ho detto.

Ecco, questo libro l'ho letto molto volentieri, intanto per questo primo motivo, che in maniera molto pacata, distaccata, quasi affidando il racconto al succedersi di episodi di cronaca, costruisce però, e ricostruisce puntualmente, per chi ha ricordo, una stagione, una stagione sicuramente difficile per la giustizia, per un tipo di giustizia che doveva fare i conti tutti i giorni con gli assetti di potere, con gli assetti del potere politico e con gli assetti del potere economico-finanziario; una giustizia e una magistratura, diciamolo pure, a indipendenza limitata.

Era un'organizzazione fatta a un certo modo, che si basava anche su una serie di meccanismi istituzionali. A un certo punto anche nel libro c'è il riferimento a una questione aperta dei nostri giorni, ma che da tutt'altro punto di vista veniva vissuta a quel tempo: quando l'amico e collega del magistrato che sta indagando inutilmente, perché ormai il processo gli verrà tolto, e immagino che questo amico e collega sia l'autore del libro, gli dice: "Ma perché non ti rivolgi al Consiglio Superiore, perché non denunci, non chiedi al consiglio superiore di intervenire?" La risposta è: "Cosa vuoi fare! Il Consiglio Superiore è fatto in una determinata maniera, ha i suoi condizionamenti, servirebbe a poco". Perché era un Consiglio Superiore eletto in un certo modo, era eletto attraverso un meccanismo che consentiva alla parte conservatrice della magistratura italiana di riempire tutti i posti; era un sistema, come si dice oggi, maggioritario puro, ed è durato fino al 1976.

Nel 1976 da molti fu salutato come una conquista democratica il fatto che questo meccanismo venisse cambiato per consentire alle diverse anime, alle diverse componenti della magistratura, di entrare in quell'organismo, in quell'organo di autogoverno. Oggi, come sapete, stiamo tornando, o forse torneremo, si vedrà, al come eravamo.

Questo libro l'ho letto con grande interesse, anche con riferimento a questa grande, difficile questione che è il rapporto fra giustizia e informazione. Fino a tutto il 1983 avevamo un diverso sistema processuale, un sistema processuale che privilegiava molto il cosiddetto segreto istruttorio. Nel vecchio processo c'era l'istruttoria, la faceva il giudice istruttore. La regola era che tutta la fase istruttoria, e a volte le istruttorie erano lunghissime, duravano tempi interminabili, fosse segreta. La regola era quella del segreto più rigido. Tutti gli attori del processo, non solo i giudici, non solo il pubblico ministero, ma anche gli imputati e il loro difensore, erano tenuti a un rigorosissimo segreto. I risultati di quel sistema, di quel regime erano pessimi, perché da un lato avveniva che il segreto fosse continuamente violato secondo criteri assolutamente strumentali, e dall'altro avveniva, invece, che informazioni magari preziose tanto per l'opinione pubblica, tanto per la stampa venivano tenute segrete. L'opinione pubblica, la generosità dei cittadini ha diritto di sapere cosa avviene in questa vicenda così delicata, costosa; delicata perché riguarda beni fondamentali della persona, quali la libertà e la sorte delle persone. L'opinione pubblica, gli organi di stampa, che avrebbero dovuto essere i controllori delle correttezze di queste vicende, molto spesso non potevano conoscere che cosa davvero avveniva dentro le istruttorie.

E, infatti, anche allora quello che usciva era qualcosa di costantemente finalizzato a dei risultati, e l'atteggiamento della stampa, sia pure per quello che potete leggere in questo libro, era un atteggiamento esclusivamente dettato da logiche di parti, non da una spinta a informare. In linea di principio la situazione è cambiata, oggi, nel senso che il cosiddetto segreto istruttorio non c'è più; non c'è più l'istruttoria, né del pubblico ministero né del giudice, perché è scomparso il giudice istruttore. C'è la segretezza che dovrebbe coprire le indagini, perlomeno fino a un certo punto.

Dirò che, in linea di principio, la scelta di chi ha scritto il codice, la scelta del legislatore mi sembra abbastanza corretta, perché, sostanzialmente, si dice che tendenzialmente viene mantenuto il segreto, fino a quando è necessario. Le indagini e la necessità della segretezza vengono a cessare nel momento in cui il diretto interessato, la persona, il cittadino che si trova al centro di questa vicenda, e cioè l'indagato, per qualche ragione viene a conoscenza - perché è stato chiamato, perché ha avuto un avviso di questo genere - che c'è questa indagine nei suoi confronti, però partecipa degli atti, viene sentito lui e il suo difensore, in questo momento una serie di atti non sono più segreti. Tendenzialmente cioè il criterio è, e a me pare giusto, per la natura stessa del processo, quello della pubblicità, salvo qualche eccezione. Io credo che questa modifica avrebbe consentito, se le diverse professionalità in campo fossero state di consistenza elevata e fossero state caratterizzate da una consapevolezza profonda dei propri rispettivi compiti, un salto di qualità in tutte le direzioni, per tutti i protagonisti, un salto positivo. Invece, rispetto a questa potenzialità, a me pare che, sostanzialmente, le antiche abitudini siano rimaste abbastanza vive. Anche nelle fasi che dovrebbero essere coperte da segreto certe notizie passano; passano perché si ritiene che sia utile e conveniente che vengano pubblicizzate e, dall'altra parte, certe notizie vengono acquisite, vengono utilizzate "in funzione di", cioè in funzione degli interesse di un soggetto politico, o in funzione di un soggetto economico più o meno forte, più o meno protagonista della nostra vita economica e sociale.

Sotto questo aspetto direi che, nonostante il cambiamento del processo e il cambiamento delle regole sul segreto, non abbiamo avuto una grande avanzamento nel campo dei rapporti fra giustizia e informazione; io dico così perché penso che l'informazione dovrebbe avere un ruolo di vicinanza critica rispetto all'andamento delle cose della giustizia, anche per rispetto al diritto di informazione. Che non è il diritto di informare ma, da parte dei fruitori, da parte di chi legge i giornali e accende la televisione, è il diritto di essere informati. Ho letto questo libro con grande interesse per un'ultima ragione, che non è solo una ragione di carattere sentimentale, ma che rimanda ad altri discorsi, che si facevano allora e che si fanno oggi più o meno in termini, se non identici, abbastanza somiglianti sulla magistratura.

Ho letto molto volentieri questo libro, perché racconta la storia di un mio amico, il giudice Ettore Vannini, le cui vicende vengono descritte in questo libro; era un mio amico da tempo, e era un mio amico perché ci eravamo conosciuti in circostanze che oggi verrebbero considerate scandalose, e cioè di comune militanza politica. Non perché fossimo iscritti allo stesso partito - io non ero iscritto a nessun partito, mi pare che neppure lui fosse iscritto - ci eravamo conosciuti, frequentati, avevamo anche lavorato assieme in una di quelle sedi associative che a quel tempo erano durissimamente attaccate, perché erano espressione di politicizzazione dei magistrati, e che oggi sono nuovamente attaccate, anche se non con la virulenza di allora, più o meno per la stessa ragione.

Era un uomo coraggioso, di grande impegno politico, ma che dimostrava quotidianamente, con i fatti, che una cosa è l'impegno politico, anche di un magistrato, finalizzato alla costruzione di una giustizia diversa, tutt'altra cosa è la politicizzazione che non consente l'indipendenza della decisione nel caso concreto.

Quella era una stagione, la fine degli anni '60, in cui una larga parte dei magistrati proclamavano con grande forza la propria indipendenza e il proprio scandalo di fronte al fatto che stessero nascendo delle aggregazioni di magistrati che a gran voce chiedevano il cambiamento. E io ricordo bene questi magistrati che a gran voce chiedevano la propria indipendenza e che si scandalizzavano. Erano gli stessi, più o meno, salvo eccezioni, che nelle diverse sedi giudiziarie sapevano, con opportunità diplomatica, venire quotidianamente a patti con i vari poteri.

La giurisprudenza di questi magistrati non era mai scandalosa, non suscitava mai rampogne, proteste, dissociazioni da parte dei pubblici amministratori e dei grandi potentati economici. Ecco, ripensando a Ottorino Pesce, perché questo era il nome del magistrato, a quello che avveniva allora attorno alla sua persona, alle polemiche che lo hanno investito..., voi ne troverete una traccia in questo libro: in un passaggio, alla fine, dopo avere riferito della sua morte, si racconta come alcuni giornali e gli ambienti giudiziari ebbero un grande scandalo, perché al funerale alcuni giovani salutarono la bara col pugno chiuso. Ricordo che ci fu un grandissimo scandalo, perché, al funerale, l'orazione funebre fu tenuta da Lelio Basso, uno di quelli che hanno scritto la Costituzione, l'autore, in particolare, del famoso capoverso dell'art. 3 della Costituzione ancora vigente, quello dove è scritto che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono l'uguaglianza formalmente proclamata per tutti nella norma precedente.

Ecco, se penso allo scandalo che investì allora la sua persona e le persone che si muovevano come lui, mi verrebbe da dire oggi, a chi lamenta e a chi teme, soprattutto a chi teme, in buona fede, la cosiddetta politicizzazione della magistratura, che bisognerebbe guardare le cose da vicino e bisognerebbe conoscere le cose e le persone da vicino, e vedere concretamente quali sono le diversità, che cosa vuol dire concretamente, al di là dei proclami, al di là della indipendenza vissuta come privilegio di casta - io sono giudice e sono indipendente perché nessuno mi deve disturbare - che cos'è l'indipendenza concretamente praticata tutti i giorni, nella difficoltà di realizzarla tutti i giorni, perché non è semplice fare i processi tutti i giorni, fare i processi, fare quei processi che in nome del principio di uguaglianza vanno a toccare soggetti forti, in un modo o nell'altro forti, che non vogliono sentire, che non vogliono saperne di controlli, di controlli in genere, di legalità e tanto meno di un controllo penale.

Ecco, ho letto volentieri questo libro, perché mi ha rimandato alle tematiche di quei tempi e, contemporaneamente, mi ha fatto inevitabilmente vedere l'attualità che una serie di tematiche di quei tempi ancora hanno. Ne vedrete altre, non mi soffermo, ma l'indagine incontrava una serie di difficoltà, perché, al di là di una serie di poteri forti, bisognava misurarsi anche con la presenza e con la presenza forte dei servizi, cioè di quegli organi di stato che dovrebbero essere messi a quel posto per difendere la Repubblica, per prevenire stragi, deviazioni istituzionali, tutte le altre nefandezze che abbiamo visto in questo ultimo quarto di secolo.

Questo problema, come voi avete visto anche in questi ultimi giorni, è ancora aperto. È anche questo un problema attuale, se è vero come è vero che pochi giorni fa, in televisione, un funzionario di questi servizi, o ex funzionario, non lo so, tranquillamente, come se niente fosse, raccontava ai giornalisti dell'informazione stampata e di quella visiva che lui era andato davanti alla commissione parlamentare, mi pare sulle stragi, a spiegare come ci fossero non so quanti fascicoli pubblici, cioè regolari, su una serie di personaggi politici, magistrati, giornalisti del nostro paese.

Ma come? Aldilà di quel numero ufficiale di fascicoli catalogati, ovviamente - diceva lui, perché la cosa a lui sembrava la cosa più naturale del mondo - ovviamente, ce ne sono altri dei quali lui non ha riferito alla commissione parlamentare, ma che, prima o poi, immagina come occasione di non so che cosa, salteranno fuori per qualche storiaccia di ricatti, di condizionamenti, violenze, perché anche a questo sono servite queste storie.

È un libro che ho letto volentieri, credo che leggerlo sia particolarmente interessante e utile e sono contento che Francesco Amato lo abbia scritto.

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