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06 maggio 2009 Conferenza di Augusto Ponzio L'altra lingua e l'ascolto tenutasi nel quadro della serie LA SCIENZA E LA CRISI, con interventi di Ruggero Chinaglia, psicanalista, Margherita De Michiel, docente universitaria, Susan Petrilli, linguista, Maria Antonietta Viero, scrittrice, cifrematica. Nell'occasione c'è stata la presentazione del libro di Augusto Ponzio, La dissidenza cifrematica (Spirali). Nella Sala Polivalente di Via Diego Valeri 17, a Padova, con il Patrocinio della Regione del Veneto, della Provincia di Padova e del Comune di Padova.


Augusto Ponzio
Ruggero Chinaglia Buonasera a ciascuno. Incominciamo
questo incontro, sicuramente uno dei più attesi della serie La scienza e la
crisi, incontri che ruotano intorno alla collana La cifrematica e al
testo della cifrematica. Per questo, pur non essendo il libro che presentiamo
questa sera un numero della collana, si inscrive a buon diritto nella serie.
Il libro è La dissidenza cifrematica, di Augusto Ponzio. Un libro recente che
costituisce una novità assoluta, nel senso che è il testo sorto dalla lettura
che Augusto Ponzio ha compiuto del viaggio intellettuale, delle vicende,
dell'esperienze, delle proposte, dei testi, dei libri di Armando Verdiglione e,
quindi della vicenda del movimento cifrematico, da che è sorto nel 1973, fino a
oggi. È un testo assolutamente particolare, perché restituisce, con la sua
scrittura e lettura, non solo da adesso, in quanto è stato testimone già dei
primi avvenimenti, questa esperienza, questo viaggio del movimento cifrematico,
che lui stesso racconta, con le sue curiosità attorno al testo, all' esperienza,
alla teoria che è sorta attorno.
Questo libro si affianca alle novità editoriali di questi giorni, che vi
segnalo.
La Regina di Saba di Marek Halter, scrittore ebreo, francese. Questo è un
romanzo che narra la storia e le vicende della mitica regina di Saba, che ebbe
un figlio da Re Salomone, e da cui prese avvio tutta una dinastia.
Disastro Putin. Libertà e democrazia in Russia. È un libro di Boris Nemtsov,
esponente del movimento Democrazia e libertà, che è stato anche ministro
dell'energia con il governo Eltsin, che illustra in questa testimonianza il
regime che si è instaurato in Russia con Putin e dopo Putin, di cui abbiamo
avuto, peraltro, anche notizie sui giornali, recentemente. Mi riferisco sia
all'aggressione che Nemtsov ha subito sia all'aggressione che altri esponenti
del movimento per la libertà hanno dovuto subire, tra cui Lev Ponomarev.
Allora siamo qui, ringrazio Margherita De Michiel, che è docente a Bologna, e ci
illustrerà la sua lettura di questo libro, Susan Petrilli, docente
all'Università di Bari da cui proviene anche Augusto Ponzio, entrambi hanno
pubblicato con la casa editrice Spirali il libro dal titolo I segni e la vita.
La semiotica globale di Thomas Sebeok. Thomas Sebeok, famoso semiotico, di cui
in precedenza erano stati pubblicati due volumi, sempre da Spirali, Il gioco del
fantasticare e La semiotica globale. Quindi l'intervento qui, questa sera di Agusto Ponzio e Susan Petrilli non è casuale, si inscrive in un loro itinerario
che in varie forme si è anche intersecato con l'esperienza del movimento
cifrematico. Esperienza, quindi, della casa editrice, della nostra associazione,
di Armando Verdiglione. Ecco quindi avremo modo di illustrare i vari aspetti, le
qualità, le virtù uniche e rare di questo libro che è la restituzione di vari
aspetti, scritturali, logici della cifrematica da parte di un non cifrematico,
ma di un testimone dell'esperienza. Non cifrematico, dico, perché Augusto Ponzio
non ha fatto l'esperienza cifrematica propriamente detta, però è
testimone, compagno di viaggio, un attento uditore dell'esperienza, delle
acquisizioni e del suo messaggio; e ce lo restituisce a suo modo e in qualità.
Invito al suo intervento Margherita De Michiel, che ringrazio di essere qui
questa sera, perché occorre dire che ha fatto un gesto nobile, una
testimonianza di vitalità intellettuale.
Margherita De Michiel Sono io che ringrazio, in realtà,
perché ciò
mi dà l'occasione di stare di nuovo vicino a persone a cui devo molto, non
solo per gli anni del dottorato, a livello culturale, esistenziale, senz'altro.
C'è anche un altro pezzo di me in sala, il professor Galassi: per me è
particolarmente importante questa presenza, in realtà.
Del mio approccio al testo che intendo condividere con voi, dirò in maniera
molto breve. Ho degli appunti semplicemente per non perdermi e per non
perdere tempo. È tutto molto vicino e molto lontano. In realtà, sono
suggestioni, che non riguardano tanto ciò di cui è il testo tratta, ma il testo
in sè, e quindi modi e modalità della scrittura. Lo vedremo meglio dopo,
probabilmente. Il testo si configura come viaggio. Un viaggio emblematico, un
viaggio reale dal 1973 in avanti, un testo di lettura di cui è testo
il testo di Verdiglione, un testo che è scrittura che parla di scrittura e legge
altre scritture.
Cito variamente dalle pagine del libro, alcune suggestioni, come dicevo. In
apertura Ponzio dice che il libro è una specie di diario di bordo di un viaggio
di lettura, e quest'idea del viaggio, del viaggio intellettuale, ritorna più
volte nelle pagine del libro. Anche con alcune affermazioni molto forti, il
soggetto (pieno di sè, che si porta appresso la sua identità e la sua
genealogia) non viaggia. Dopo forse vedremo che cos'è questo viaggio presunto,
questa presunzione del viaggio, che, a differenza del viaggio intellettuale, è
senza follia e senza rigore.
C'è molto rigore in questo libro, e bellezza, e eccedenza, come un "oltre" la
scrittura. Nella sua prefazione, scrivere la lettura, l'autore, Ponzio, dà
alcune direttive, subito, proponendo questa sua propria scrittura come
riscrittura. Dice: La scrittura in quanto riscrittura è sempre, anche quando
pretende di non esserlo, lettura, lettura di un'altra scrittura, la scrittura è
sempre seconda. Di ciò va tenuto conto nell'approccio al testo, non solo a
questo, ma soprattutto per leggere questo testo che è un testo molto
particolare, scritto in maniera molto particolare, molto fascinoso e molto
affascinante, una messa in prospettiva. È uno scrivere la lettura nel paradosso
che questa affermazione ha in sè.
Ci sono molte citazioni, anche esplicitate, è un gioco reso noto sin dall'inizio
compresa l'intenzione del ridurne gli aspetti di citazione, di mettere in
discussione il citare nel "leggendo". Ci sono molte citazioni dei testi di
Verdiglione, dal 73 l'inizio di questa frequentazione, di questo cammino
parallelo fino ai giorni nostri. È dichiarata esplicitamente l'intenzione di
ridurre, appunto, l'aspetto consueto del citare, delle citazioni in quanto tali,
dell'uso delle virgolette, e qui l'autore dice che preferisce lasciarle nel
testo ponendole tra virgolette, non separate dunque ma accanto a quanto è
esposto nella forma indiretta o presentato come discorso proprio. Una
scrittura, dunque, che deliberatamente procede accanto e in maniera partecipe, e
che vuole rendere partecipe del piacere del coinvolgimento, del godimento
dell'ascolto, una parola che ritorna più volte nel testo, cioè del testo.
Nelle prime pagine dice che, peraltro, questo è un testo che è stato offerto all'autore, alla scrittura che ha come termine di riferimento, in occasione di un congresso, non ha caso, forse, intitolato alla libertà. È una scrittura che si oppone deliberatamente alla logica del discorso dominante e alla logica di una scrittura dominante. Si tratta di una scrittura che s'insinua in un dire che è fatto esplicitamente di rotture, di buchi, di intervalli, di virgolette.
Ho messo delle virgolette anch'io in questi appunti, che mi sono portati, e non
so neanche più a cosa si riferiscano, ma forse apposta non so a che cosa si
riferiscono. Vi leggo questi miei appunti: La breccia sulla parola. Ci sono cose
molto belle su cui fermarsi, quadri molto precisi, molto espliciti. Ho
recuperato un po' di cose, ho recuperato alcune pagine di Roland Barthes,
"Variazioni sulla scrittura", lì dove parla di scrittura come screpolatura, di
divisioni, solchi, di discontinuità della materia piana del testo. La scrittura
di Ponzio in qualche modo s'insinua nelle screpolature o si presenta come
screpolatura sul testo di Verdiglione. Una scrittura che a seconda delle pieghe
dell'esecuzione si propone come gesto – anche qui cito – come "piacere del
testo", nel senso del leggere per Barthes, come "godimento". Una correlazione
dialettica di presenza, assenza, ferite, aperture, divaricazioni che marcano la
significazione di una scrittura, per parlare di segni una volta di più.
Questo testo di Ponzio, come sempre, ma questo forse in maniera particolare,
così mi è sembrato, è, rispetto ad altri, uno scritto ancora più estremo, ancora
più deliberatamente tirato verso un'esperienza marginale di scrittura. Non c'è
differenza, forse, tra ciò di cui il libro parla e la maniera in cui è
fatto. È una scrittura estremamente densa della scrittura dell'Altro. Qui mi
viene in mente uno scrittore che diceva che nessuna lingua è madrelingua,
scrivere versi è riscrivere, e lo diceva della poesia ma della poesia in
quanto forma massima, estrema, della scrittura, E mi sembra particolarmente vero
anche questo: la legge del libro è quella della riflessione, l'uno che diventa
due. Anche qui c'è una scrittura carica di biforcazioni, di scissure, che sono
il luogo in cui germina il significato profondo della parola come luogo
dell'affermazione del sè che si è fermato nella sua condizione di sè – e non di
soggetto, il soggetto arrogante, padrone di sè – di dubbio, di domanda posta a
se stesso e all'Altro. Quello che ho trovato in questo libro, nella scrittura di
Ponzio, ma in questo libro in particolare, è un evento di una lettura-scrittura,
di una scrittura che si pone esplicitamente come lettura e quindi come scrittura
di una scrittura – un gioco di specchi ma più spesso come l'inizio di una
narrazione in senso bachtiniano.
Su Bachtin abbiamo lavorato, diciamo, insieme, in maniera, devo dire, particolarmente intensa e feconda, e qui scusatemi, una volta di più saccheggio il testo di Bachtin e ne abuso, perché esso è particolarmente pertinente alla realtà di questa lettura. Un evento della lettura-scrittura come categoria narrativa, ma anche come coesistenza, come partecipazione e coinvolgimento, come incontro, come evento, direbbe Bachtin.
Co-esistenza: in questo caso coesistenza di due diverse coscienze culturali di
chi legge e scrive, di chi riscrive una scrittura. Più che mai è un pensiero
partecipe, anche questa è una categoria bacthiniana, un pensiero partecipe, a
volte quasi un discorso indiretto, libero, un atto ventriloquo, che mette in
atto, in mostra una "co-creazione dei comprendenti" (Bachtin), che trasforma
l'altrui in proprio, e viceversa.
Sono suggestioni un po' enigmatiche, lo so, ma il libro è fatto molto di
questo e per questo, al di là del contenuto, degli argomenti, dei capitoli.
Questo libro è fatto molto anche di queste suggestioni, di questa vertigine di
scrittura, che forse è una delle sue cose più coraggiose, più estreme.
Mi viene in mente Barthes che una volta ha scritto che Scrivere significa
togliere le virgolette.
In Bacthin si trova questa annotazione: la parola utilizzata tra virgolette cioè
percepita e utilizzata come altrui è la stessa parola, senza virgolette. In
questo testo, questa poetica di un doppio anche testuale, di parola citata, di
parola usata, di parola consapevolmente, responsabilmente abusata, c'è.
Ponzio, più che mai in questo libro, si pone ostinatamente all'ascolto
dell'Altro, dove dell'Altro, e qui cito dal libro qui è più che mai genitivo
etico, come atto di responsabilità, di assunzione. Segno superiore della
scrittura che in questo libro ci propone la sua ospitalità, nel senso di
Lèvinas, nella capacità di accogliere un altro autore, l'altrui dell'autore.
All'interno di sè, nella sua concreta e materiale sostanza della scrittura, in
un'etica linguistica dove il proprio e l'estraneo trovano una loro
conciliazione.
Qui più che mai, forse un problema fondamentale diventa quello della propria alterità, del discorso, in qualche modo, del secondo soggetto che legge e riscrive, e riproduce in questo altrui. Cito ancora una volta Bacthin: l'inesauribilità della seconda coscienza, del suo problema con il rapporto dell'eccedenza autoriale. Quest'idea dell'eccedenza inscritta in ciò che va oltre, di ciò che è codificabile, di ciò che di fatto è differente, dissidente rispetto a un tentativo di definizione univoca, è parte costitutiva del testo. Prosegue Bacthin: Le cicatrici per il mutamento dei soggetti discorsivi, per generi discorsivi trasformati. Cicatrici semicancellate dell'enunciazioni altrui: problema del dialogismo interno. Le cicatrici ai margini dell'enunciazioni, il problema della parola divora. Ci avviciniamo qui alla prima linea della filosofia del linguaggio e del pensiero umanistico in generale, a una terra vergine. Non a caso insisto su quest'idea della cicatrice e delle virgolette, dei confini tra proprio e altrui. Perché esibito in partenza, esibito all'esordio, c'è questo voler fare perdere, quasi, il lettore nei labirinti di una parola che deve arrivare in quanto tale nella sua forza allocutoria, allocutoria pura, in qualche modo.
E questo trovarsi alla prima linea della filosofia del linguaggio ci riporta a
un tema caro nella scrittura di Ponzio, a una filosofia del linguaggio come
filosofia di ascolto, appunto. Ma come filosofia di un ascolto non applicato,
nel senso di Barthes, ma responsivo nel senso analogico più di Bacthin. Ci
verrebbe da dire, un linguaggio musicologico, una filosofia del linguaggio
performativo, l'ascolto parla, direbbe Barthes, l'ascolto scrive, in questo
caso. Scrive ancora Bacthin: Poi queste parole altrui si rielaborano
biologicamente in parole proprie e altrui e, quindi, anche in parole proprie che
hanno già carattere creativo. Questo essere un testo costellato di citazioni
intervallate, questo dialogo ferratissimo, non toglie, anzi, aumenta la
creatività di questo testo e ne accresce la forza locutoria, illocutoria di
parola immediata, non tanto mediata.
Per alcuni modi costruttivi, si può ricordare qui un altro grande formalista, su
un altro piano, su altri linguaggi: Eisenstein; che nella sua idea di montaggio
cercava di interferire il meno possibile nella natura dei fenomeni e si poneva
come compito quello di dare una scansione e di fare una scelta compositiva che
poi era estremamente contagiosa, immediata nell'impatto con l'interlocutore. E
anche qui un linguaggio che mette in scena non tanto un'analisi quanto
un'enunciazione, un testo deliberatamente al confine.
Deleuze e Guattari osservano che La legge del libro è quella della riflessione,
del due. Questa parola, due, risulta nel libro di Ponzio che legge Verdiglione,
estremamente seducente, estremamente coinvolgente e convincente. C'è un gioco di
sovrapposizioni, di effetti di prospettiva, di messa in rilievo di un testo che
libera il dialogismo e che sa che il senso di un testo non è nella sua chiusura,
ma è esattamente, lo ripetiamo, lì dove il testo si fessura, dove si percepisce
una biforcazione, un dubbio, una dualità possibile, che è anche cancellazione,
in un certo senso. Cancellatura che conserva anche ambiguità, l'opzione alla
scelta che è stata cancellata. È una scrittura che sfugge come quella di cui è
oggetto alla significazione del detto per aprirsi al significante del dire.
Qui mi viene in mente un passo, che cito a memoria, di uno scrittore che diceva Tutto il mio scrivere è un continuo prestare orecchio, e per continuare a scrivere puntini, riletture. Udire giustamente, ecco il mio compito, non ne ho altri. In questo senso, questa lettura, questa scrittura mostrata, posta e offerta in termini espliciti di ascolto comporta che nel testo ci siano diverse "occasioni" di "seduzione" già nel modo in cui sono presentati i capitoli, nella scansione, negli oggetti di questa scrittura. Particolarmente per me coinvolgenti sono, per così dire, certe seduzioni "linguistiche", peculiarmente linguistiche, che risalgono anche ai primordi, agli albori della linguistica, al saussuriano Non esserci nella lingua altro che differenze, dissidenze, in qualche modo. Una linguistica che è contro una mitologia del sapere trasmissibile, controllabile, una linguistica che forse non a caso precipita, in senso fisico, in una idea di traduzione, è forse uno degli aspetti paradigmaticamente avvincenti, del libro, in quanto tema strettamente legato a quello della lettura, da cui questo libro parte
Si legge a pag. 101 – non so di chi sia il passo tra virgolette – La traduzione è una lettura, e leggere è leggere traducendo. Tradurre, evidentemente, non è decodificare non c'è metalinguaggio, non c'è lingua delle lingue. Il tradurre, inevitabilmente, per definizione, si pone all'interno della deriva dei significanti di un scrittura di un discorso. Il linguaggio della traduzione è per definizione un linguaggio dissidente, che si oppone all'idea, al principio, sia della intraducibilità sia della traducibilità. È per definizione un linguaggio che chiama al senso della scrittura, cioè al movimento, una volta di più al viaggio. L'alingua, "elle apostrofo": forse la lingua della traduzione è nella sua essenza l'alingua di cui è questo libro un "Leggere traducendo", titolo di un precedente libro di Augusto Ponzio.
In La dissidenza cifrematica, si chiude ovvero si apre all'infinito il cerchio
intorno alla lettura, riscrittura, traduzione, lettura, in quanto scrittura che
procede per definizione dal due, il secondo rinascimento, dall'alterità,
dall'apertura. Un libro che è fortissimamente ciò di cui è oggetto, qui sta la
seduzione principale, forse. Leggendo Verdiglione si parla a un certo
punto del rapporto tra specchio, sguardo, e voce, una triangolazione che
richiama, discordando, il triangolo semiotico di Peirce. Specchio, sguardo
e voce: c'è in questo triangolo anche il silenzio che può assumere con lo
sguardo la funzione classica di interrogazione.
Allora, forse, l'appello una volta di più, rispetto a questo libro come rispetto
a ogni libro di scrittura, è quello di porsi all'ascolto e cercare di capire che
cosa significhi accostarsi al testo, al testo in quanto tale, alla sua
materialità, alla sua autonomia, alla sua resistenza, alla sua alterità, che è
tale nei riguardi del lettore ma anche rispetto al suo autore, l'autore
primario, alla sua unicità, alla sua cifra, appunto. Ascoltare, cioè leggere un
libro senza porsi al di qua o al di là, anche delle sue mis-interpretazioni, del
possibile malinteso, che c'è nella lettura di ogni testo. Si dice a un certo
punto nel libro: La comunicazione che mira alla comprensione come eliminazione
del malinteso, diviene misconoscimento, sottovalutazione, omissione dell'altro.
Mi ritorna in mente uno dei momenti aurorali, forse, della linguistica del
Novecento, anche se non è ancora Novecento, è fine Ottocento: ogni comprensione
è un'incomprensione, un'incomprensione costitutiva di ogni lettura. E anche
questo appello al leggere pur con questa eccedenza, con questo margine
possibile, è una volta di più di una comprensione Come leggere? Si legge in
questo gesto: Leggere senza la contrapposizione del bene e del male. Come
leggere? leggendo. Come scrivere, scrivendo. Su un testo dedicato alla
traduzione letteraria Susan Sontag, scriveva: Scrivere è leggere, ovvero l'arte
di perdere se stessi.
Sono tutte note al margine, sono mezzi, sono spunti, è un promemoria. È
strappato da una pagina de giornale, in un momento qualsiasi, in un momento
esistenziale, un momento quotidiano, questo appunto: …Rimane il fatto che in
ogni modo, capire bene la gente non è vivere, vivere è capirla male, capirla
male e poi male, male, male; e dopo un riattento esame, ancora male. Ecco come
sappiamo di essere … sbagliando. Il gerundio, una volta di più. Forse la cosa
migliore sarebbe dimenticarsi di avere ragione o torto e godersi semplicemente
la gita. Se ci riuscite, beh, siete fortunati. La gita: una volta di più
il viaggio della scrittura, della lettura. Ultimissima notazione,
Verdiglione che dice Io dicevo che anche nella città in cui viviamo, bisogna
intervenire come turisti, lo diceva come atteggiamento intellettuale nei
confronti, una volta di più, dell'altra lingua e della propria lingua, quindi in
un atteggiamento di ascolto; lo dicevo perché la città s'inventa con l'arte e la
cultura. Un pensiero con cui mi piace finire, nella città, di cui, mio malgrado,
sono nata e continuo a vivere. Grazie.
R.C. Bene. Ringrazio Margherita De Michiel, per questo suo intervento, sicuramente apprezzabile per la generosità che ha dimostrato; sicuramente, per lei è materia nuova, la cifrematica. Materia nuova anche il testo di Verdiglione. Materia nuova la materia della parola: nei riferimenti che lei ha colto nel libro e che ha citato, da Deleuze, a Barthes, a Bacthin, per esempio, occorre cogliere come Ponzio sia andato oltre il loro messaggio, oltre la loro permanenza nel discorso occidentale. Cioè, il gesto straordinario nella scrittura di Ponzio, sta nel fatto che, nell'accoglimento del testo di Verdiglione, quindi della logica della parola che non è più logica del discorso, Ponzio accoglie la questione che sta alla base della parola e che scardina il discorso occidentale. Le cose non procedono più dall'uno che si divide in due, procedura che consente di mantenere la padronanza sulla parola e istituisce l'ordine del discorso. Ponzio accoglie la proposta, che è sovversiva, di Verdiglione, che le cose procedono dal due, e il due non deriva dalla divisione dell'uno, è originario. Questa è la questione della parola originaria che nulla ha da condividere con l'impostazione del discorso occidentale. Questo, credo sia veramente il gesto audace di Augusto Ponzio che con la sua scrittura incontra questa originarietà della parola, non ne ha paura, anzi se ne avvale la restituisce in qualità, con il suo contributo di attraversamento di altri testi. Bene. Grazie, intanto, e invito Susan Petrilli al suo intervento, prego.
Susan Petrilli: Grazie e buonasera a tutti. Io cercherò di essere breve
anche data la tarda ora. Dunque volevo dire subito che sono rimasta incantata ad
ascoltare Margherita De Michiel, proprio per la fluidità, insomma, delle sue
parole. Era tanto che non ti sentivo …
Margherita De Michiel T'interrompo un attimo, davvero quello che ho
detto era, al di là di tutto, l'espressione del piacere di un "reincontro" e un
invito alla lettura.
Susan Petrilli Come "prendere la parola"? Questo libro mette in difficoltà la
"presa della parola". Sento un disagio perché ciò che si può dire è sempre
riduttivo, rispetto alla materia, oggetto della nostra attenzione, questa sera.
Io lavoro con Augusto Ponzio, ormai da tanti anni, e quindi ho il privilegio di
vederlo spesso all'opera. È un grande lettore oltre che uno scrittore
instancabile. Non so più quanti libri ha scritto Augusto Ponzio e continua a
scriverne, ormai è un laboratorio aperto. Dunque, i suoi libri, le sue
scritture, prendono forma proprio nel rapporto con l'Altro, c'è un dialogo
continuo. Un dialogo, uno studio e una passione inesauribili che lo portano a
incontrarsi con eventi, con persone, con scrittori. Per esempio in tutte le sue
scritture c'è in modo particolare, un costante riferimento a Bacthin e
Lèvinas, ma insieme a loro Karl Marx, Pietro Ispano, Søeren Kierkegaard, Edmund
Husserl, Roland Barthes, Ferruccio Rossi-Landi, Pier Paolo Pasolini, Felix
Guattari, Gilles Deleueze e l'elenco potrebbe continuare. A questo elenco,
adesso possiamo aggiungere anche Armando Verdiglione, e il dialogo continua, la
scrittura continua e tu non finisci lì. Cioè, nel frattempo so, da conversazioni
private, che Augusto Ponzio sta scrivendo un libro su San Paolo. Perché, poi,
c'è un dialogo continuo con le Sacre Scritture. Margherita ha a fatto
riferimento al suo "leggere traducendo": Ponzio ha trascritto, in una versione
bellissima, il Qoèlet, L'Ecclesiaste, della Bibbia. Traduzione nel dialetto del
suo paese che è San Pietro Vernotico, e sulla base di questa traduzione
bellissima, ha offerto anche una traduzione italiana, passando per il dialetto.
La dissidenza cifrematica è il frutto di un laboratorio aperto, un'ascoltare
senza fine della parola. Si presenta Ponzio, come semiotico, come linguista,
come filosofo, in realtà è un maestro di vita. Tutto quello che leggiamo che
cosa importa, dal mio punto di vista, almeno, e anche dal suo, insomma, di molti
noi, se non in quanto espressione della vita? Riflettiamo, scriviamo parole,
leggiamo parole, testi, che hanno il loro interesse proprio perché sono
espressione, manifestazione della vita. Cercare le parole, pensare le parole
significa pensare alla relazione, al rapporto con l'Altro, e quindi immergersi,
darsi alla vita.
Mi verrebbe voglia di leggervi tutto il libro perché è davvero bellissimo.
Guardavo questo libro cercando dei brani da privilegiare, da leggervi ma è quasi
impossibile, perché leggi un brano e poi ne scopri un altro ancora più bello e
si va avanti in questa maniera, in bellezza. Sì, è una festa, non il discorso
della festa come dice Verdiglione, ma la festa, la messa in scena della vita in
tutta la sua pluralità, molteplicità, complessità , equivocità.
Il titolo: La dissidenza cifrematica. Intanto, questo libro nasce quasi insieme,
cioè come sviluppo, e l'oltrepassa, al libro precedente, sempre dedicato alla
cifrematica; perché Ponzio esagera sempre, in tutto, anche nella scrittura. Cioè
c'è una passione veramente incontenibile che lo spinge, come ho detto prima, a
leggere, quindi scrivere, e quindi donare esperienze di vita. Aveva appena
scritto e pubblicato La cifrematica e l'ascolto ed ecco, subito dopo, La
dissidenza cifrematica.
Allora, che cos'è la cifrematica? Non sarò io a parlare della cifrematica
davanti agli esperti di cifrematica; dico soltanto che questo termine riprende
il termine cifra. Cifra: che cosa vogliamo dire con cifra? Allora, traducendo
nel linguaggio che è a me più familiare – perché, io, gli scritti di Armando
Verdiglione li sto conoscendo adesso, seguendo le tracce di Augusto Ponzio e di
conseguenza trovandomi davanti a tutto un mondo che si è aperto, entrando
in rapporto con la cifrematica – la "cifra", traducendo, allora, nel nostro
linguaggio, vuole riferirsi alla singolarità, all'unicità, alla peculiarità di
ognuno di noi, del ciascuno. Dice dell'alterità, dell'alterità che noi siamo,
che sta alla base o al cuore stesso della nostra identità, quale noi ci
presentiamo, nei ruoli, nei generi, nelle posizioni sociali, negli
atteggiamenti, diciamo così, nei comportamenti sociali che andiamo assumendo,
giorno per giorno. La dissidenza cifrematica, la cifra, la singolarità è già
dissidenza, è già disubbidienza rispetto all'ordine del discorso, rispetto
all'ordine costituito, rispetto alle strettoie, alle mortificazioni
dell'identità, del ruolo fondato sull'identità chiusa; l'identità chiusa che
espunge, che sacrifica l'Altro, l'alterità. L'alterità, non soltanto
dell'altro da noi, ma l'alterità, l'Altro di ognuno, di ognuno di noi.
Leggo, da questo libro di Ponzio; è difficilissimo scegliere. Vi leggo qualche
cosa, cito dal testo La dissidenza cifrematica. Qui, c'è un capitolo che legge
Verdiglione che legge Leonardo da Vinci – il libro è fatto così, e ciò dà luogo
a un'articolazione abbastanza complessa, approfondita. Abbiamo un capitolo
che si chiama La mano di Leonardo da Vinci, poi c'è un altro capitolo che è
dedicato a Niccolò Machiavelli, cioè a Verdiglione che legge Machiavelli.
Allora, giusto per leggere un brano: Si tratta del testo così come si è
affrancato dalla padronanza – stiamo parlando, qui, del testo di Machiavelli,
dal soggetto, dalla grammatica della lingua, dall'esposizione alla
contraddizione logica, dall'ordine del discorso, dalla collocazione storica, dai
parametri valutativi, dai luoghi comuni divenendo il testo, singolare, testo
della parola originaria, fuori genere, sui generis, genere come un unico
esemplare che da solo si qualifica come tipo, come tipografico. Il rapporto,
testo di scrittura - testo di lettura come rapporto frontale, faccia a faccia,
di singolo a singolo, fa sì che la cifra del testo di scrittura si decida anche
come cifra della sua lettura.
E potrei andare avanti, ma non lo faccio, in questo momento. Già in questo
brano c'è tutto un progetto, un progetto che riguarda la parola, un progetto che
riguarda la lingua, un progetto che riguarda il rapporto con l'altro, il
rapporto interumano, un progetto che riguarda la vita. L'identità della persona
umana, oggi, si costruisce e si vive in un contesto, molto preciso, che è il
contesto della globalizzazione, un contesto sociale, economico sociale molto
preciso. Questo contesto ha delle conseguenze, ha dei contraccolpi sullo
sviluppo, sulla messa in scena, dell'identità della persona umana. Il contesto
ha i suoi contraccolpi, i suoi riflessi nella costruzione, la creazione, dei
rapporti che costruiscono con l'altro, e oggi dobbiamo dire che i sintomi, il
disagio, ma non nel senso in cui ho parlato del disagio all'inizio, ma nel senso
di malessere: sono tanti, i sintomi di malessere sociale, di alienazione
sociale, collegata con la globalizzazione. Un sintomo di malessere, di disagio,
è proprio la mancanza di ascolto, la mancanza di tempo, per l'altro, l'altro da
sè e l'altro di sè.
Il sacrificio dell'alterità, quindi, là dove manca l'ascolto, là dove manca il
tempo, il tempo per l'altro, l'ospitalità: ci sono seri sintomi di alienazione e
di malessere, di perdita della salute della vita. Nell'ordine dominante
del discorso c'è, infatti, tutto un elenco di orientamenti, diciamo così, da cui
guardarsi, se ciascuno vuol vivere una situazione di salute, di salute della
vita: padronanza, soggetto, grammatica della lingua, presa di parola,
autocontrollo …: luoghi comuni parametri valutativi dell'ordine del discorso,
trappole dell'identità, chiamata alle armi, richiamo al comportamento corretto,
che sta dentro ai limiti, al suo posto, che risponde all'ordine costituito: sono
comandi che non invitano a un pensiero critico, a un pensiero creativo, a un
"pensiero poetico" come quello di Margherita De Michiel, dove poesia, poiesis, e
critica sono strettamente collegate tra loro.
C'è, invece, un elogio attraverso tutti gli scritti di Augusto Ponzio, della
singolarità, la parola originaria, fuori genere, sui generis. Quindi l'invito a
recuperare questa dimensione del propriamente umano; e soltanto sulla base
dell'ascolto, sulla base dell'accoglienza dell'altro, della parola dell'altro,
anche della parola propria in quanto parola altra, soltanto su questa base,
passando attraverso questo tipo di rapporto, possiamo recuperare una situazione
di salute, contro la tendenza dominante all'alienazione in tutte le sue varie
manifestazioni.
Ho scritto un testo per questa occasione, che non vi leggo, soltanto delle
considerazioni sotto il titolo La trappola del genere, di cui abbiamo parlato.
Abbiamo menzionato l'espressione, fuori genere. C'è la possibilità di stare
dentro al genere, quindi identificarsi col genere, con l'assemblaggio, l'essere
donna, l'essere maschio, l'essere professore, identificarsi con il proprio ruolo
sociale, l'essere madre, psicanalista, politico e prendersi sul serio. Anche
questo, per quanto mi riguarda, è un segno di alienazione, il prendersi
troppo sul serio, l'incapacità di uscire dal proprio ruolo, per guardarsi a
distanza e ridere, ridere di sè. Ridere di sè è un segno di salute. L'individuo
con i suoi simboli si configura nell'identità di genere, identità di ruolo,
sesso, etnia, religione, nazione, posizione sociale, professione, partito.
Identità di genere realizzata attraverso il sacrificio dell'alterità: l'io per
stare dentro a un ruolo, a un genere, sacrifica il rapporto con l'altro di sè
oltre che con l'altro da sè; per essere ‘individuo', per eseguire la mia parte
di individuo nel ruolo, nel genere, devo sacrificare le mie alterità,
l'alterità.
Si tratta dell'espunzione dell'Altro, dell'alterità, della singolarità. L'io si
presenta come ente generico, di genere, nella sua individualità, identità,
libertà, volontà tutte categorie da mettere in questione. La responsabilità di
ruolo, di genere, di appartenenza è responsabilità, limitata e autoprotettiva,
responsabilità con alibi, la responsabilità della coscienza a posto, che mi fa
dormire tranquilla, responsabilità rassegnata, giustificata e intristita,
rispetto alla responsabilità illimitata che travalica i limiti di
qualsiasi ruolo e di qualsiasi appartenenza e mi mette in comunicazione, in
ascolto dell'Altro, responsabilità che è accoglienza, che è dare tempo
all'altro, mettersi in rapporto con il tempo dell'altro, l'altro da sè, l'altro
di sè. E che è qualificazione della vita, salute della vita.
Nel genere, evidentemente, l'identità è generica, nel genere è impossibile il
trovare la propria unicità, la propria alterità assoluta. Il discorso dell'io è
il discorso dell'io nel genere con cui si identifica, il discorso dell'io, del
soggetto è di genere. L'io, l'io so, l'io vedo, l'io capisco, si costituisce
come difesa dall'altro. Risponde alla necessità di giustificazione, di
difesa dalla responsabilità senza alibi, illimitata per l'altro,
dall'esposizione all'altro, l'altro del rapporto con altri, l'altro singolo,
l'altro unico, l'altro volto. L'incontro con l'altro è fuori dai luoghi del
discorso, è fuori tema, fuori soggetto, fuori genere. Come categoria, come
sistema di relazioni che individua e significa l'identità, il genere non
contiene la singolarità, l'altro, non ne rende conto, non gli risponde. La
singolarità, l'unicità, la particolarità di ciascuno è refrattaria alla
generalità del genere, all'astrazione della categoria, al generale di tutti i
luoghi del discorso, là dove per discorso s'intende, appunto, l'ordine del
discorso, l'ordine costituito.
Vorrei anche dire che io sono una discepola di Augusto Ponzio, indegna, tuttavia
sempre in ascolto della sua parola. C'è una certa familiarità d'idioma, ecco di
questo mi posso vantare, di una familiarità, insomma, con la sua parola. e devo
dire che è una parola che non si discosta tanto dalla parola di Armando
Verdiglione, così come vado conoscendo, anche lui. Non a caso si arriva, a
distanza di molti anni dall'incontro con Verdiglione nel 1973 in occasione del
convegno a Milano su Psicanalisi e società segregativa, si arriva adesso a delle
monografie sulla cifrematica, si arriva a un libro di studi di passione come
questo, e dedicato al pensiero di Verdiglione, dedicato alla cifrematica, un
pensiero che procede per integrazione.
Ci sono parole – dico un'ultima cosa e poi chiudo perché si fa tardi – ci sono,
parole che ho annotato leggendo, pensando a voi, pensando a ciascuno di noi, a
quello che potevo mai dire stasera, cosa che non sapevo bene, perché c'è troppa
materia, una materia ricchissima, parole che ricorrono nel testo, e sono tutte
parole che esprimono un progetto di vita, parole che caratterizzano la scrittura
di Augusto Ponzio, ma altrettanto la scrittura della cifrematica di Armando
Verdiglione. Esse mi richiamano il titolo di un libro di Charles Morris del
1948, che ho tradotto in italiano, L'io aperto, una critica del concetto di
comunità, come assemblaggio, assembramento, appartenenza, una critica della
società chiusa. L'io aperto, l'io della logica dell'alterità, dell'ascolto,
dell'ospitalità, dell'accoglienza, è un io differente e dissidente rispetto
all'io chiuso, l'io anestetizzato, che ha perso la possibilità di sentire la
paura per l'altro, e che vive nella paura dell'altro, paura dell'altro che porta
alla comunità, alla chiusura, alla difesa, e all'espulsione, al
sacrificio dell'altro. Grazie.
R.C. Addentrandoci nel messaggio e nello statuto di Augusto Ponzio, oltre che
intellettuale, come tu, Susan, dicevi, è maestro di vita. Più che maestro di
vita, accogliamo l'accezione del termine ch'egli stesso pone, il termine
vivenza, che ha tratto dal portoghese, e quindi maestro di vivenza. Il maestro
di vita potrebbe essere uno che sa della vita e l'applica. Maestro di vivenza è,
invece, un inventore che si avvale in ciascun momento di ciò che incontra, e non
del sapere.
Tantissimi sono gli spunti che hai evocato nel tuo intervento, e forse nel
dibattito avremo modo di riprenderne qualcuno. Invito, adesso, alla sua breve
lettura, Maria Antonietta Viero.
Maria Antonietta Viero Dissidenza cifrematica citava già, prima,
Susan Petrilli, ed è il titolo del libro di Augusto Ponzio. Ed è
impegnativo, scrivevo già qualche tempo fa, perché ci pone già nella logica
della nominazione, per via di quel dispositivo di parola, dove si corre il
rischio di udire. E di udire ciò che rilascia l'ascolto della piega delle cose
che si dicono, e che dicendosi si fanno, e facendosi trovano la scrittura, e
esigono l'udienza e l'urgenza, è così. E così l'ascolto pone dinanzi nuova
lettura e ancora nuova scrittura, perché ciascuna volta quel che si dice si
scrive, per l'esigenza assoluta di qualifica e di riuscita.
Ed è un itinerario di cifra, questo di Augusto Ponzio, di chi ha posto nel
viaggio la narrazione, quale condizione dell'educazione, dell'insegnamento e
della formazione, l'audacia di un dispositivo maestro-allievo, dove non si sa
dove stia il maestro, dove stia l'allievo. Perché il guadagno che se ne trae è
d'entrambi, e la conduzione assolutamente inedita; per questo, come nota Augusto
Ponzio, rilevando una frase di Armando Verdiglione, nel capitolo Il capitale
della vita, dice che Vivendo non c'è tempo per studiare ma il tempo è quello di
scrivere e di leggere. E è un libro in viaggio, adiacente, attraversando
un altro libro, tanti libri che, così, il libro non è più tale, ma è una
narrazione in lettura, che ci restituisce di quei tanti libri, e come filo
conduttore, il testo di Armando Verdiglione.
E ci restituisce un altro testo, per via di Altro, questo Altro, con la a
maiuscola, l'Altro che introduce all'ascolto di ciò che non è mai scritto una
volta per tutte. Quindi viaggiatore del testo, compagno senza compagnia, in
solitudine ma con la politica dell'ospite, propria della tolleranza, lascia
accostare l'audace e ignaro lettore alla storia che si sta tessendo per la veste
della vita. Di quel termine, allora, quella frase, posta in rilievo, inaugurando
ciascun capitolo, quasi come il la di uno spartito da inventare. Mi sorprende
come un'onda anomala e che il vento mi scaglia all'orecchio e mi fa dire, così,
questa cosa non l'avevo ancora letta. E il rilievo di quel significante nella
sua combinatoria arbitraria, inedita con altri significanti, lascia allo
specifico in quell'accadere d'ascolto, e a chi non abbandona il campo della
ricerca che invece si fa infinita, l'udirsi dell' evento, l'udirsi di un
incontro dove il tempo irrompe e non tregua, chi volesse prendersi una pausa e
staccare l'occorrenza sull'idea di padronanza.
Il tempo, dice Armando Verdiglione, rapina, non c'è modo di fermarlo, non dura e
non si misura, impossibile assumerlo, neppure nel tentativo che ne fa la
nosografia psichiatrica, di paralizzarlo dentro una camicia di forza, per una
marchiatura del cosiddetto discorso schizofrenico o paranoico, tentativo che non
smorza e non smette che l'altra lingua, anche se non viene intesa, parli, per
rimozione forzata.
A proposito del dispositivo che interviene costantemente nel dirsi, dispositivo
è un termine che arriva da Quintiliano, in un contesto, forse, più legato alla
poesia e al diritto. Però questo disporsi all'ascolto, indica uno sforzo che è
dato dall'umiltà, per accogliere ciò che ci viene incontro, come nuovo. Incontro
con il nuovo, con l'inedito, per seguire la rivoluzione della parola, il suo
destino di qualificazione e di scrittura. Aristotele nella fisica nota che il
tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi, e aggiunge che la sua
misura è il cerchio, il solo che produce movimento uniforme e perfetto, ma prima
e poi non pertengono al tempo, semmai a una sua economia.
Non c'è un prima e non c'è un poi nella parola, perché il viaggio esige che si
inauguri con l'agenda, l'infinito, dove le cose, non sapendo l'incominciamento
si trovano già a proseguire nel racconto di ciascuno, quando si ascolta nello
squarcio ciò che si lascia udire per l'irruzione del tempo nella scena, l'altro
tempo. Il tempo dell'Altro, il tempo che trae alla differenza e al malinteso. Ma
a questo Altro tempo si può anche reagire, come diceva Susan Petrilli,
ammalandosi, facendone una malattia, dando forma e abito al taglio con le sue
rappresentazioni di violenza e di rapina, e l'Altro e il tempo, passano, allora,
attraverso il male dell'Altro, come il peccato, l'incesto, come malattia
dell'Altro, ma il tempo è il tempo del fare. Questo tempo del fare lo troviamo
già in Sant'Agostino: nelle Confessioni, a proposito del tempo, scrive: "Se non
me lo chiedi so che cos'è, ma se me lo domandi non so rispondere".
E questo è un richiamo straordinario all'occorrenza, a ciò che bisogna fare,
alla necessità assoluta che si può provare, trasporre nel moto freudiano del
Wo
Es War, soll Ich werden.
Wo, il dove, dove senza luogo e senza origine, ma, dove, è ciò che causa l'atto
di parola, ed è in causa, senza causa finale, e sempre altrove. Un dove che
induce a chiedersi, da dove e verso dove le cose vadano. Es, "qualcosa",
qualcosa per via di un'eco, la sfumatura giunge all'ascolto di strappi in
lettura. E qualcosa usa sul terreno dell'Altro, ed è tratto nel malinteso sulla
via della scrittura, qualcosa. Quale cosa? Quale cosa si appunta verso la
qualificazione per l'approdo alla cifra dell'itinerario? E il War, "era", ma è
già un equivoco, menzogna, malinteso nella grammaticalità del verbo
essere, era, giunge come imperfetto, è una fantasmatica del tempo passato.
Sembra ancorare il fatto, l'accaduto, il ricordo, ma, "era", nella funzionalità,
introduce il continuativo al modo dell'appunto, della fiaba. Era. C'era. C'era
una volta. C'era la famiglia come traccia dell'interdizione linguistica che non
nega l'infinito attuale nella narrazione di storie, nella penna audace, e...
ancora. Soll Ich werden, occorre che io avvenga. Deve, può l'io avvenire,
divenire, costituirsi in quanto soggetto? L'io che dice io, dicendosi,
trova l'uno significante che si divide da sè. Ma l'io non funziona. Non ha la
temporalità. È un aspetto dell'oggetto, Io, Tu, Lui. Io, straniante, un aspetto
della trialità del sembiante nel suo punto di sottrazione, lo sguardo.
E allora un'altra risulta la qualifica dell'io rispetto alla topica freudiana
che lo dice impossibile padrone in casa propria. E è un retaggio, questo, di
un'io che si fa soggetto, nella sovrapposizione con l'uno, oggetto della
metamorfosi. Il Wo es War non si appunta all'io ma investe la temporalità,
l'occorrenza che trova la memoria quale scrittura dell'esperienza.
Dicevo che è un libro adiacente a un altro libro, per restituire il testo; il
testo della memoria, l'adiacenza. Freud a questo proposito ci comunica
un'acquisizione straordinaria, quando dice che nel sogno una cosa sta
accanto all'altra, senza alternativa. E questo sovverte non solo l'idea di
soggetto come possibilità di scegliere questo o quello, ma anche
l'ipostasi dei tre principi aristotelici, richiamando la traccia del luogo
ossimorico, da cui le cose procedono, dalla relazione inconciliabile, da
quell'apertura originaria, da quel due, che è stato evocato dal dottor
Chinaglia. Il dispositivo stesso procede dall'apertura originaria, quindi questo
o quello non sta davanti al soggetto, ma per così dire, sta dietro alle spalle,
come traccia, una traccia costante, un tra, tra le righe, ciò che non è mai
detto, ma tra, appunto, come traccia dell'interdizione linguistica.
Quindi un testo adiacente a un altro testo, una cosa accanto a un'altra cosa,
l'adiacenza, la corda della memoria, e qui si inscrive ciascuna piegatura, e
nessuna corda può fare da laccio per il sacco del ricordo, ma sta a salvaguardia
della dimenticanza, impossibile anche per la riserva mentale mantenere la
stessità in assenza di tempo. La memoria scrive ciò che si tesse lì, in
un'urgenza, testimone infedele di ciò che ancora si sta scrivendo.
Non è un caso che Freud ricorra alla formula ricordo di copertura, perché è,
come dire, qualcosa che si sovrappone a all'ascolto di ciò che nel contingente,
dovrebbe essere accolto come elemento nuovo e inedito.
E allora mi pare che questa lettura, il viaggio di Augusto Ponzio sia
effettivamente una testimonianza dell'occorrenza, del "vivendo", che in quarta
di copertina è accostato a una parola portoghese, bellissima, che a differenza
dell'italiano non contempla il participio passato, "ho vissuto", come esperienza
vissuta, ma solo il gerundio, vivencia. Allora la vita ci chiama
incessantemente, c'interpella, ci occasiona, ci invita a fare nel giardino del
tempo dove la cosa che accade si lascia udire. E udendo, la partita è già in
corso, e senza nemico la battaglia è in atto. La trasformazione è incessante, e
ricostituisce senza rimedio, e allora bisogna fare ciò che bisogna fare, questo
è l'invito della vivencia, l'occorrenza delle cose nel loro processo di
valorizzazione, per l'istanza di qualità, fino alla cifra, alla missione, al
messaggio. Ed è questo qualcosa che può leggersi nel testo del testo di Augusto
Ponzio. E per questo lo ringrazio.
R.C. Adesso ascoltiamo Augusto Ponzio.
Augusto Ponzio Io ringrazio molto per le cose che sono state
occasionate, dette, a proposito di questa lettura. Borges, uno che è stato
coinvolto all'interno del viaggio di Verdiglione – c'è un bellissimo libro che
raccoglie i dialoghi, gli incontri di Borges con Armando Verdiglione – Borges
diceva: Il mio vanto non è per i libri che ho scritto, il mio vanto è per i
libri che letto.
Questo lo potrei dire a proposito di questo libro che certamente ho scritto ma
che in realtà dice di una lettura. Di una lettura che per me, insomma, è
collegata con una testimonianza, – questa espressione che usava prima Ruggero
Chinaglia, mi sembra molto adeguata.
Bisogna risalire al 1973. Psicanalisi e politica, Psicanalisi e società
segregativa: sono i primi convegni organizzati da armando Verdiglione a Milano.
E nel 1974, in "La critica sociologica", io recensivo il primo convegno, i cui
atti erano stati pubblicati da Feltrinelli. Dunque siamo nel 1974.
Testimonianza. Che cosa accadeva in questi convegni? È un'epoca, un periodo
lontano; lontano non soltanto dai primi anni Settanta, ma lontano proprio come
atmosfera. E Pieraldo Rovatti ha pubblicato un libro di Deleuze (L'ile dèserte
et autres textes) un libro di Deleuze tradotto in italiano (Einaudi, 2007), che
è una raccolta di saggi, una raccolta di scritti di Deleuze. Uno di questi
scritti di Deleuze era la relazione fatta in questi primi convegni, il primo,
che io avevo recensito nel '74. E chi l'ha tradotto in italiano, questo testo di
Deleuze? Armando Verdiglione. Rovatti mette dentro alla raccolta di saggi di
Deleuze, la traduzione di Armando Verdiglione.
Questa disponibilità (oltre che disposizione) al tradurre è parte costitutiva,
anche come riflessione sulla traduzione, dell'opera di Verdiglione (in La
dissidenza cifrematica, si parla specificamente di questo nelle pp. 97 e sgg.),
e dunque questo testo da lui tradotto non è certamente unico, ma non è neppure
casuale. Tradurre è l'atteggiamento di maggiore capacità, possibilità, sforzo,
tentativo di ascolto dell'Altro. Margherita De Michiel ricordava questo titolo,
Leggere, traducendo. Leggere, anche nella "stessa lingua", è in fin dei conti
leggere traducendo – da un idioma ad un altro, dall'"altra lingua" alla "lingua
altra". C'è qualcuno che ha parlato di un'avventurarsi su un sentiero non
facile, a piedi nudi, nella traduzione.
Che dice Rovatti? Rovatti ricorda questo primo convegno di Verdiglione, e
scrive: … schiacciato in mezzo la folla decisamente sproporzionata al
luogo, c'ero anch'io nella libreria "Sapere" di piazza Vetra, ad ascoltare
Gilles Deleuze che parlava in un seminario dedicato a psicanalisi e politica.
Una delle sue poche uscite pubbliche, dunque un evento raro.
Questa parola evento, che margherita De Michiel ha ricordato, è una parola
chiave dentro al discorso di Armando Verdiglione, ma una parola chiave anche nel
discorso di Bachtin. Ci sono degli strani percorsi, degli incroci. I "miei
autori", lo dicevano prima coloro che parlavano del libro, sono Lèvinas,
Bachtin... Ma Lèvinas è anche collegato con Verdiglione, lo era anche a livello
di persona a persona: è stato uno dei più vicini a Verdiglione in momenti non
facili, da lontano, telefonando, scrivendo.
E Bacthin ha in comune con Verdiglione la messa in discussione del dialogo. Il
dialogo nel senso abusato di questa parola (abuso di parola, dovrebbe essere un
reato: "Si è aperto un dialogo tra Franceschini e Berlusconi"). Il dialogo non è
per rispetto dell'altro, non è una gentile concessione che si fa all'altro, non
è una cosa graziosa nei confronti dell'altro, non è un'iniziativa dell'io. Il
dialogo, in Bacthin, è tutt'altra storia. È il trovarsi coinvolto, a proprio
dispetto, quindi non nel rispetto dell'altro, ma a dispetto proprio. L'Altro te
lo ritrovi fra i piedi. Questo aspetto è collegato con il concetto di materia,
in Verdiglione.
Tutta l'analisi di Verdiglione – io ho fatto questo sforzo di analizzare il
passaggio, il processo – tutto il discorso di Verdiglione, nasce sul
concetto di materia, la materia non semiotizzabile. Il suo riferimento è
Hjelmslev, uno dei riferimenti più importanti dentro il discorso di Verdiglione:
all'inizio, tra altri testi, proprio Hjelmslev. Mi rivolgo a Romeo Galassi,
studioso di Hielmslev, che è qui con noi, tra il pubblico. Perché, in Hielmslev,
si dice di una materia che nessuna forma può formare in maniera identica e
definitiva, nessuna lingua che forma la materia la esaurisce. La materia non
semiotizzabile, espressione di Armando Verdiglione, la messa in discussione
della pretesa di poter significare una volta per tutte. Qui materia è proprio
alterità. Materia è il non lasciarsi padroneggiare.
Vi leggo un altro pezzo di Rovatti: Altri tempi, atmosfera tesa e appassionata.
Sfilata di figure eterogenee, strano concatenarsi di intelligenze molto
dissimili. Amici e nemici giurati della psicanalisi, giovani militanti non
addetti ai lavori. Attenzione spasmodica. Clima da kermesse politica,
inimmaginabile per chi ha esperienza solo dell'oggi. C'è anche Felix Guattari,
molto più avvezzo alle discussione pubbliche.
Quindi un libro di lettura quello che qui si presenta, che è un percorso, un
percorso parallelo e incrociato, al tempo stesso, di due vite. L'incontro con
Armando Verdiglione, nel dicembre del '73, in occasione di Psicanalisi e società
segregativa, il secondo convegno in assoluto da lui organizzato a
Milano.
E qui un altro incrocio, si chiama Ferruccio Rossi-Landi. È con Ferruccio
Rossi-Landi che io venni a Milano a incontrare Armando Verdiglione, è attraverso
di lui che si realizzò quest'incontro.
L'altro punto di contatto è determinato Thomas Sebeok, di cui Susan Petrilli ha
tradotto la gran parte dei libri, e di cui il primo in italiano che è stato
pubblicato proprio da Spirali. Per Spirali Susan ha tradotto A Sign is just a
sign, e insieme abbiamo pubblicato una monografia su di lui. Thomas Sebeok è
stato un altro assiduo frequentatore dei convegni Villa San Carlo Borromeo.
Questa faccenda dell'assemblaggio, questa faccenda dell'identità, questa
faccenda del genere, genere non soltanto come genere sessuale (gender), ma ogni
genere di genere, compreso quello più grande che è il genere umano...: si tratta
di trappole. La trappola mortale dell'identità. La differenza sessuale, la
differenza di genere, la differenza di etnia, la differenza linguistica, la
differenza nazionale sono le cancellazioni della differenza. Lo spiego ai miei
studenti facendo notare che fra studente e professore, fra queste due identità,
fra queste due differenze, c'è un rapporto di opposizione e, nello stesso tempo,
al loro interno, avviene la cancellazione di ogni differenza singolare. Il
contrario di professore è studente e il contrario di studente è professore. E li
prendo tutti dentro questa espressione, dicendo "studenti!", cancellando tutte
le differenze, per esempio quella di maschio e femmina, l'identità sessuale. Se,
distinguendo all'interno degli studenti, dico "maschi e femmine", dicendo
"femmine" cancello ciascuna differenza femminile, e dicendo maschi
ciascuna differenza maschile, cancello la differenza sessuale, direbbe Armando
Verdiglione, la differenza della singolarità, quella differenza che conta quando
mi fa differenza se una persona c'è o non c'è. Io dico ai miei studenti "Io vi
devo trattare da professore cancellando ogni differenza singolare". Non sia mai
che il professore si dispiaccia del fatto che ieri c'era la tale e oggi non c'è.
"Se tu non ci sei domani, non mi deve fare nessuna differenza", per il semplice
fatto che io non devo guardare in faccia a nessuno, per il semplice fatto che
nel rapporto di ruolo a ruolo, di professore a studente mi deve essere
completamente indifferente ciascuno.
Questo la dice lunga sul fatto che invece nei nostri rapporti privati (sapete
perché si chiamano privati? Perché sono privati di tutto), in quei rapporti
privati, invece, quello che conta, quello che è importante è la differenza
non indifferente, non la differenza di genere, non mi importa niente del fatto
che quella è una donna.
In morte a Venezia, il protagonista, una persona molto per bene, si va a
innamorare, (pedofilia, pedofilia!!, si va a innamorare di un ragazzino; quindi
c'è l'età che è completamente sballata, nel rapporto, e per giunta lo stesso
sesso. Non puoi consolare l'amico dicendo: "Dai, non fare così che ce ne
sono tante altre", perché a lui interessa quella singolarità lì, tant'è vero che
si dice: "Tu per me sei l'unica, o l'unico, al mondo". Ecco, questa è la
differenza non indifferente che è la singolarità.
Armando Verdiglione si è occupato di Leonardo da Vinci. La mano di Leonardo,
questa è la cifra, questa è la differenza che fa differenza, la mano di
Leonardo. Ci sono due riflessioni sulla mano che vale la pena raffrontare tra
loro: una è di Heidegger: La mano dell'uomo. Heidegger dice che la cosa più
importante nello sviluppo, nella storia, nella cultura, nell'evoluzione, è la
mano. Di chi? Dell'uomo. Verdiglione, invece, si occupa della mano di Leonardo,
di una singolarità e la cosa fa differenza. Fa differenza perché tutt'altra cosa
è considerare quest'altro genere ampio: il genere umano. Maschio, femmina,
comunitario, extracomunitario, meridionale, settentrionale, abitanti del sud e
del nord del mondo, palestinesi, israeliani …. li inseriamo tutti dentro al
recipiente "genere umano". Heidegger, La mano dell'uomo. Non c'è trappola più
mortale del genere più ampio: l'appellarsi all'uomo, i diritti umani. Ma quanti
genocidi, ma quante negazioni dell'altro in nome dei diritti umani. Anche qui
scatta l'opposizione: umano/disumano. Sicché in nome dell'umano ci sono gli
interventi umanitari, le guerra umanitarie.
Verdiglione su questo si sofferma parecchio, humanitas. C'è stato un grande
convegno su questo tema presso la Villa Borromeo. Da dove deriva humanitas? Da
homo, il genere più grande che c'è, direte voi, ma appellandosi a queste genere,
il più grande che c'è, c'è l'intervento umanitario, c'è la guerra umanitaria.
Pensate alle parole come sono state guastate. C'è l'espressione "guerra civile".
"Comportati in maniera civile". E poi dici "guerra civile". Allora, humanitas da
humus, dice Verdiglione. E qui c'è Giambattista Vico, da humus, da dove viene
humilitas. Nell'atrio di Villa san Carlo Borromeo c'è questa parola, scritta
sulle pareti: Humilitas.
Fuori soggetto, fuori tema, diceva Susan Petrilli prima. Fuori arroganza, fuori
dalla pretesa di credere che libero è colui che può fare quello che vuole. Dice
Armando Verdiglione, fa osservare che per Leonardo, Machiavelli …. – Machiavelli
sarebbe quello che avrebbe detto: il fine giustifica i mezzi. "Ma io non
l'ho detto, mai!" ‘L'hai detto, e basta!' – l'Ariosto, pazzo è colui che crede
di poter fare quello che vuole. Quello che oggi, invece, si considera
pazzo, folle è colui che fa delle cose che non vuole, che non sa quello che
vuole. Pazzo è colui che crede di poter fare quello che vuole dicono, invece,
costoro, a cui molto deve il Rinascimento, e che Armando Verdiglione rilegge in
rapporto al Secondo rinascimento.
Il soggetto pieno di sè, il soggetto arrogante, il soggetto borioso. "La libertà
non si negozia" come, non si negozia? Il soggetto ha la libertà di parola,
prende la parola, concede la parola, dà la sua parola … È il padrone della
parola. Verdiglione parla della libertà della parola; restituire alla parola la
sua libertà. "Pazzo è colui che crede di poter dire quello che vuole.
Pazzo è colui che crede di poter fare quello che vuole." Nessuno è padrone a
casa sua", diceva Freud: è la messa in discussione della padronanza, soprattutto
di quanto si crede più proprio E qual è la casa di ciascuno? Nessuno è padrone
del proprio corpo. Nessuno è padrone della propria parola, nessuno è padrone
della propria lingua, "materna", nessuno è padrone della propria coscienza. "Non
volevo arrossire e arrossisco". "Non volevo tremare e tremo". "Non volevo
balbettare e balbetto". "Non volevo ammalarmi e mi ammalo". "Volevo sembrare
attraente e non sono attraente"; nessuno è padrone a casa sua: il corpo, ma
anche la parola che col corpo è strettamente collegata.
Dunque che cosa succede fondamentalmente in quest'altra prospettiva in cui il
soggetto è disarcionato, in cui c'è una materia non semiotizzabile, cioè una
materia di cui so, a meno che non sia pazzo, che non posso fare quello che
voglio. Viene meno la parte centrale di tutta la logica, di tutto ciò che ci
hanno insegnato a scuola, il rapporto soggetto e oggetto. Viene messa in
discussione il concetto di opposizione: maschile/femminile; nord/sud;
destra/sinistra. I linguisti le opposizioni se le sono andate a cercare persino
dove non c'è più il significato. L'opposizione non è soltanto fra bello e
brutto, bianco e nero, cioè a livello semantico; se le sono andate a cercare
perfino a livello fonologico. Le opposizioni binarie tra p e b, tra d e t … È
una fissazione che per stabilire una differenza bisogna metterla in opposizione
a un'altra differenza. È una fissazione, come quella dell'identità,
dell'appartenenza, della genealogia, del principio di non contraddizione e del
terzo escluso. È questa logica che deve saltare, vi faceva riferimento, con le
bellissime cose che ha detto, Margherita De Michiel, non per merito del mio
libro a cui le riferiva ma per come lei le sa dire, come le sa intrecciare,
ricamare, organizzare.
Sentire la paura dell'altro. A scuola, due sono le cose, o dell'altro è
soggetto, o dell'altro e oggetto; o sono io che ho paura dell'altro o è l'altro
che ha paura. La paura dei nemici era grande: questa frase può essere sviluppata
come: la paura dei nemici era grande e se la dettero a gambe: genitivo
soggettivo si chiama a scuola, oppure la paura dei nemici era grande e i nostri
fuggirono: genitivo oggettivo. O genitivo oggettivo o genitivo soggettivo.
Ecco, sentire la paura dell'altro può essere, invece, un'altra cosa, essere
preoccupato per lui, sentirsi addosso la sua paura, essere coinvolto nella paura
sua, temere per lui, essere in pensiero per lui. Come lo chiamiamo quest'altro
genitivo? Sentire la paura dell'altro ma nel senso di avere paura dell'altro ma
per l'altro. Come lo chiamiamo questo? L'analisi logica ufficiale non lo
prevede, perché è attenta unicamente ai due casi. Potremmo chiamarlo genitivo
etico, come esiste il "dativo etico": stammi bene, salutami Antonio. Dunque, un
genitivo etico questo, sentire la paura dell'altro nel senso di essere
preoccupato. Salta il rapporto tra soggetto e oggetto.
Sembra una cosa di poca entità, ma voi pensate a frasi che noi andiamo
abitualmente dicendo. Per esempio: Ti voglio bene. Uno dovrebbe chiedere, in che
senso? Perché può essere in due sensi: Voglio il tuo bene. E dunque c'è un
rapporto autoritario, l'arroganza di chi pretende di sapere: Io conosco il tuo
bene, e lo voglio. Comportati così per il tuo bene; Voglio il tuo bene, io :
sembra anche che se ne voglia appropriare. Una cosa è volere il bene di
qualcuno, un'altra cosa è volere bene a qualcuno.
Bisogna riflettere, in questo senso sull'indiretto, sui casi indiretti, rispetto
al diretto, cioè rispetto al rapporto soggetto-oggetto. Ti penso! Io ti penso
sempre. Uno dovrebbe dire: "In che senso?". "Perché se pensi me, se fai dei
pensieri su di me, non mi pensare più, guarda!". Una cosa è pensare a qualcuno,
e una cosa è pensare qualcuno. Ci sono lingue in cui, ma ciò avviene anche nei
dialetti nostri, in cui al posto del complemento oggetto c'è il dativo, come in
amo a te, anziché amo te. Non sei l'oggetto del mio amore; amo a te, è
diverso, è un dono, è un'offerta.
Curare. Una cosa è curare qualcuno, complemento oggetto, e c'è qualcuno che
pretende di curare qualche altro – la cura dell'altro: l'altro è strano, è
malato,è anomalo, lo curiamo –; un'altra cosa è aver cura dell'altro, prendersi
cura dell'altro; non c'è più il complemento oggetto, abbiamo un caso indiretto;
ecco, su questa cosa dobbiamo riflettere, è una faccenda di linguaggio.
Quando gli studenti mi chiedono: che cos'è la filosofia del linguaggio? – ed è
una domanda vera, perché uno può incontrare questa disciplina nei suoi studi
universitari anche se non ha fatto filosofia a scuola, e non una pseudo domanda
come quella dell'interrogazione durante l'esame –, io rispondo: "Hai sentito mai
questa espressione: ‘prenditela con filosofia'?". Prendere le cose con
filosofia: che cosa significa prendere le cose con filosofia? "Non
t'immedesimare, non ti identificare, prendi le distanze, assumi una capacità di
distanziamento". Ecco, questo significa filosofia del linguaggio. Non più stare
dentro alla lingua, non più stare dentro ai luoghi comuni, non più parlare come
si parla, non più scrivere come si scrive, ma prendere le distanze. La
dissidenza, fondamentalmente è questa. La dissidenza cifrematica.
Allora, ritornare al rapporto di singolo a singolo fuori dai recipienti, fuori
dai generi, fuori dagli scafandri, fuori dalle tute, fuori dalle casacche, per
usare un'espressione sportiva, in un rapporto faccia a faccia, di singolo a
singolo. Dunque, filosofia del linguaggio come avere un senso di umiltà nei
confronti delle parole. L'Humilitas. Restituire alla parola la sua libertà.
Anche il rapporto con la parola dev'essere un rapporto dove non posso dire, io
dico così per il bene della parola. Lasciare vivere le parole, e lasciarle
vivere significa rivedere tutto il rapporto con l'altro, perché il rapporto con
l'altro passa attraverso le parole.
Si faceva riferimento all'espressione, espunzione dell'Altro. Espunzione è un
termine che viene dalla filologia. C'è un testo, è stato manomesso, sono state
aggiunte delle cose che non c'era nel testo originale; bisogna espungere.
Espunzione dell'Altro. C'è in questa espunzione dell'Altro il rapporto fra chi
legge e il testo, ma il testo non è soltanto un libro ma anche la persona che ho
di fronte, con la sua lingua, con la sua altra lingua, in rapporto alla mia
lingua altra, e in entrambi i casi l'arroganza di poter eliminare il malinteso
nuoce alla passibilità di ascolto, di comprensione. Finalmente ti ho capito. E
come ti permetti? Mettiti nei miei panni; io mi metto nei tuoi panni. Erano due
e sono diventati uno. È questa la faccenda della relazione, non è relazione tra
due, ma la relazione è il due.
C'era un tale che si chiamava Max Stirner, scrisse L'unico e la sua proprietà (1844). Marx e Engels per smontare Max Stirner impiegano quasi tre quarti dell'opera, L'ideologia tedesca, che lasciarono impubblicata alla "critica roditrice dei topi". Perché? Perché nell'Unico di Max Stirner c'è la messa in discussione di tutto ciò che è identità, classe, genere, la messa in discussione del genere umano; la messa in discussione del genere sessuale. L'unico, la singolarità. Qual è il limite di Max Stirner, per cui Marx e Engels hanno la meglio su i lui? A parte il fatto che confonde il singolo con l'individuo egoista della nostra forma sociale (cosa su cui si concentrarono nella loro critica Marx ed Engels), il suo limite principale consiste nel fatto che considera l'unicità come una proprietà del singolo, come una sua prerogativa, come una sua dote in quanto uno, fuori dalla relazione con l'altro, fuori dal due. Ciascuno è unico in relazione all'altro, solo così può essere "unico al mondo". Anche perché è l'altro che ti riconosce, di più, ti ordina unico: Tu sei per me l'unico al mondo.
Il rapporto di unico a unico è un rapporto di alterità, non può essere
diversamente. Sono unico nel momento in cui so che nessun altro può prendere il
mio posto. Non sono più intercambiabile. Come professore sono intercambiabile,
non vado io in aula, va un altro; come marito sono intercambiabile, come padre
sono intercambiabile, come figlio sono intercambiabile. In tutti i ruoli sono
intercambiabile, come comunitario sono intercambiabile, come italiano sono
intercambiabile. Ma nel rapporto di singolo a singolo, è l'altro che ti fa
unico. La proprietà di unico non è una proprietà privata, come credeva Stirner
nell'Unico e le sue proprietà. E nel rapporto di alterità, nel rapporto di
coinvolgimento con l'altro, nel rapporto di dialogo in cui non sono io che ti do
la parola e che mi dispongo al dialogo, ma è l'Altro che mi coinvolge e mi mette
in una situazione di non poter rispondere all'altro, è lì che mi trovo unico.
Il mio rapporto con Armando Verdiglione, in questo libro e in quello che
avevo scritto precedentemente, è il rapporto con uno che non riesci a toglierti
dalla testa . Non mi sono messo in dialogo con Armando Verdiglione, non ho fatto
questa gentilezza. "Adesso leggiamo Armando Verdiglione, adesso scriviamo un
libro su Armando Verdiglione".
Dopo aver scritto il libro che si chiama La cifrematica e l'ascolto, non ho
potuto fare a meno di continuare a scrivere, ed è venuto fuori quest'altro
libro, perché c'è una situazione d'intrigo da cui non riesci a tirarti fuori. Ma
questo l'ho provato con Lèvinas, con Bacthin. Insieme a Margherita De Michiel,
non solo abbiamo interpretato i testi di Bachtin già circolanti in italiano;
grazie a lei che conosce il russo, ne abbiamo tradotti degli altri. Dunque, si
tratta di questo trovarsi impigliato, intrigato dentro un rapporto, sicché la
lettura è qualcosa che ti viene addosso, non è qualcosa che decidi.
Io dico ai miei studenti: "Ci sono quattro tipi di lettura" – e con questo termino –: la lettura del bambino alla scuola elementare che è una semplice sonorizzazione, compitazione (come legge bene, vedi come legge bene, si ferma anche ai punti e alle virgole). Poi c'è la lettura con gli occhi; c'è la lettura di passaggio, intermedia, del semi-alfabeta o del semi-analfabeta: avrete visto qualcuno che legge, anche in treno, in autobus, nella sala d'aspetto, che legge il giornale, legge con gli occhi, però continua a muovere le labbra, perché il passaggio alla "lettura silenziosa" non è ancora completo. Verdiglione dice che non si legge solo con la vista ma è necessario l'ascolto, e allora il terzo tipo di lettura è quello proibito a scuola, proibitissimo a scuola. Ti ho visto, hai sollevato gli occhi, continua a leggere tu adesso, ti sei distratto … Ecco questo è il terzo tipo di lettura, sollevando gli occhi, pensando ai fatti propri. "Come, pensando, hai fatti propri?". Sì. Perché se chi legge non pensa ai fatti propri, quale corto circuito si può realizzare fra il testo e la persona che legge? Se tu leggi e pensi ai fatti propri, vuol dire che qualcosa il testo te l'ha detto. E questo è il terzo tipo di lettura. Poi c'è quello raccomandato da Søren Kierkegaard. Kierkegaard, sapete, usava l'espediente dello pseudonimo, la polionimia: ogni suo libro attribuito a uno pseudonimo diverso. Diceva, Io non ho mai detto nulla di quello che voi trovate scritto, l'hanno detto loro, non io. Lui, però, era anche un pastore, un pastore danese, un prete. Dunque teneva le prediche in chiesa e quando decide di pubblicare I discorsi edificanti li pubblica a nome suo, e però dice al lettore, all'inizio: Quando leggi, leggi ad alta voce perché in questa maniera non ci sono più io, ci sei tu e la tua voce, quindi è un dialogo fra te e con te stesso, sicché quello che stai leggendo diventa elemento, materia, strumento di discussione con te stesso. dunque non devi più attribuirmi qualcosa, o imparare, o riportare qualcosa.
Ci sono degli studenti che quando sono prossimi al giorno dell'esame,
dell'interrogazione, si chiudono in una stanza e leggono ad alta voce. Leggono
ad alta voce perché si preparano a riversare quanto hanno appreso per la
verifica dell'interrogazione, che consiste nel vedere se tutto è stato
assimilato oppure no: prima, ingestione, poi, vomito. Si dice assimilare che è
una espressione di digestione; si tratta di verificare se hai digerito quello
che hai letto. Leggere a alta voce non nel senso di poter riversare quanto si è
studiato addosso al professore che quando la risposta corrisponde esattamente a
ciò che ci si aspettava di stimolare con la domanda, à molto contento del
vomitino che gli ha fatto lo studente.
No. leggi ad alta voce, dice Kierkegaard, perché è come se stessi discutendo con
te, ma non dentro di te, fra te e te, non con te stesso, ma con l'altro di te;
io non c'entro più. Ecco, allora Kierkegaard, non soltanto quando usa gli
pseudonimi ma anche quando firma in prima persona, riesce a dire al lettore
questi sono fatti tuoi, veditela con te stesso, leggi ad alta voce, così senti
la tua voce mentre stai leggendo trovi il tuo altro. L'altro non è soltanto
l'altro da me, ma è anche l'altro di me, l'altro di ciascuno; lo puoi trovare
nel momento in cui esci fuori ruolo, fuori genere, fuori identità, fuori dalle
trappole mortali delle opposizioni e del conflitto.
Così si esprime Armando Verdiglione (rispettivamente in La materia
freudiana (1975) e in La dissidenza freudiana (1978): […] Impossibilità di
distogliere lo sguardo dall'ascolto, la scrittura dalla lettura; una lettura qua
e là distratta. Passante per l'ascolto più che per la vista.
Io vi ringrazio tantissimo per la pazienza.
R.C. Ringrazio Augusto Ponzio per questa sua lezione, per questa sua
comunicazione, per questo suo messaggio ricchissimo di annotazioni, di spunti
che ci porterebbero a tenere un'altra ora di dibattito, adesso. Purtroppo l'ora
è tarda, però se c'è qualcuno che ha una domanda da fare a Augusto Ponzio, la
può rivolgere. Oppure leggiamo qualcosa del libro. Noi abbiamo intitolato questi
dibattiti, dibattiti della modernità. E nel libro, Augusto Ponzio si sofferma su
questa nozione di modernità. Leggiamo cosa ne dice: "La modernità è dissidenza
nei confronti dei luoghi del discorso, che, a servizio dell'ontologia,
rappresenta l'essere-così, la realtà del realismo con i piedi per terra, con i
piedi di piombo, che, per il mantenimento e la riproduzione del Medesimo e
dell'Identico ha, per sua costituzione, dichiarato la sua disponibilità al
sacrificio...". ( p. 238). Quindi, è un'accezione di modernità al di fuori degli
schemi, al di fuori della cronologia tra moderno e antico, tra attuale e remoto.
Poi dice: "La modernità va considerata in termini di viaggio, nel senso di
uscita dal discorso occidentale, e al tempo stesso dal soggetto, dalla sua
pretesa ‘padronanza' dall'identità". (p. 239).
"La modernità non è un punto d'arrivo o di partenza, di un tempo lineare, e
neppure un ricominciare ripetitivo inn un tempo circolare nè è una tappa della
storia. L'uscita dal discorso, dal soggetto, dall'identità, il viaggio, è
intrapresa, sfida in cui ciascuno procede nella sua singolarità, irripetibilità
e in un tempo che non finisce, senza escatologia, procede con la parola, fuori
luogo, dissidente". (ibid).
Tutto ciò non solo è bello ma è raro, è raro da trovare, è unico.
Perché tutto
ciò va oltre la coscienza, oltre la conoscenza, va oltre l'arroganza di chi si
crede di essere, di chi crede di essere tale, di chi crede che la parola sia
tale. E che quindi crede di poter conoscersi, di poter essere, di poter essere
se stesso, di potere obbedire alla prescrizione Sii te stesso. È il colmo del
paradosso dell'identità, sii te stesso, perché l'identità è un'identità
impossibile. Già Aristotele se ne accorge quando enuncia questo apparente
principio d'identità che in realtà è un paradosso dell'identità. Eppure c'è chi
giunge a prescrivere questo paradosso, questo essere qualcosa o qualcuno, questa
ontologia che vuol dire sbarazzarsi della parola, sbarazzarsi degli effetti
della parola, quindi sbarazzarsi del tempo.
Sbarazzarsi del tempo: allora sì la paura, la paura della fine regna sovrana.
Allora ogni rappresentazione della fine può intervenire, e l'Altro, allora,
diventa il rappresentante della minaccia. Ecco allora la paura dell'Altro,
perché l'Altro diventa rappresentazione di un altro e non già, invece, assenza
di rappresentazione, assenza di significazione.
L'Altro, cioè la differenza. Come ci si può rappresentare la differenza? O è
differenza, oppure è rappresentazione, cioè, è qualcosa. Ma l'Altro, l'Altro che
interviene, parlando, è differenza, differenza che non può essere inscritta in
un catalogo delle differenze. Allora, quali sono le differenze ammesse,
consentite, quali le differenze, invece, da bandire? E già con questo siamo nel
discorso occidentale.
Nella parola l'Altro, l'Altro assoluto, è senza rappresentazione. E come notava
Ponzio, un'altra cosa molto importante, la questione del bene, il fine di bene.
Quest'idea del bene è la fregatura totale di chi s'inscrive in questo discorso
finalizzato. Finalizzato a che cosa? Al bene. Allora di questo bene c'è la
rappresentazione, ma ciò che la cifrematica propone, è che questo bene è
irrappresentabile. La parola bene, è, in realtà, qualcosa che indica il due:
bonum, bonus, duonum, è lo stesso termine. Il bene è il due, non c'è
rappresentazione possibile del due, altrimenti diventa due cose. Il due, la
relazione è irrappresentabile e insecabile, per cui, mai la relazione può
diventare fra due cose o la coppia oppositiva.
Questo è lo scarto tra la parola e il discorso, tra la parola originaria in cui
la relazione è l'apertura, perché il due mai può chiudersi, che mai può essere
diviso in due, e dunque per questa via s'instaura l'humanitas di cui si diceva,
prima. E è questo il motivo per cui nessuno parla la stessa lingua, nè tra sè e
sè, nè con altri, perché, parlando, c'è questo movimento tra la lingua altra e
l'altra lingua, per questo s'instaura l'ascolto, perché c'è un varco, in cui
s'insinua l'Altro, L'altro, la differenza. E dunque, ci si chiede che cosa sto
dicendo? che cosa stiamo dicendo?che cosa mi sta dicendo? Eh, non è così
immediato, occorre instaurare l'ascolto. Cosa rara e, infatti, Augusto Ponzio
dice: leggere non per interpretare, ma per capire. Ascoltare, intendere, quindi
leggere. Non si legge ciò che si vede, ma ciò che si ode e s'intende. Il libro
non diviene testo se non con la restituzione. Come avviene la restituzione? Con
la lettura: restituire leggendo. Ma ciò che si restituisce è il testo, cioè un
altro testo, non già il soggetto, è il testo senza sacralità, senza riferimento
al libro come tale, al libro mnemonico, al libro per ricordare, al libro per
interpretare tra il bene al male.
Ecco, direi che questo messaggio è per ciascuno …
Augusto Ponzio Dare il tempo all'Altro è il massimo dell'ascolto, e quindi Ti
ringrazio moltissimo per questo altro tempo che mi dai....
Dal pubblico interviene Romeo Galassi Io sono abituato a vivere nascosto. Chiedo
perdono ma per una volta tanto mi mostrerò, cercherò di fare come il cavaliere.
Allora, in ogni caso, non sono identificabile, per via del problema
dell'identità. Ma la di là di queste battutine, c'è una cosa che io, come tu
sai, non posso condividere con te, ed è una cosa su cui da almeno una decina
d'anni, io ho un contenzioso amichevole, con un amico in comune, che è Cosimo
Caputo, ed è il problema della materia, perché si fa un gran parlare, però
spesso e volentieri a sproposito. Allora, non è il caso tuo, evidentemente, se
no te lo direi chiaramente. Tu parli, e sento sempre parlare di materia non semiotizzabile.
La materia non può che essere semiotizzabile, non esiste la materia non
semiotizzabile. Perché quando si semiotizza, si semiotizza qualcosa che prima di
essere semiotizzata, era semiotizzabile, cioè suscettibile di semiotizzazione.
Quindi, la materia non semiotizzabile è il nome inesistente. La materia, per
definizione, è semiotizzabile. Quando subisce qualche forma di semiotizzazione,
verbale, figurativa o quant'altro, allora non è più materia ma è sostanza. E
quando noi pensiamo di parlare delle cose, in realtà parliamo delle sostanze,
che non sono le cose, sono qualcosa di diverso. Allora questa è la prima
osservazione. E quindi bisognerebbe che ci rassegnassimo, prima o poi, a
metterci d'accordo, su questa cosa qui, altrimenti si continuano a fare dei
discorsi che finiscono per creare una situazione conversazionale, che è
monologica.
Allora, sono d'accordo con Te, sulla questione del dialogo che può essere
interpretato come una concessione, eccetera, però resta il fatto, che quando si
parla, che io parli con me stesso o con un altro, dialogo. Non c'è niente da
fare. Poi, tu usi il concetto di genere in un'accezione molto particolare. Mi
domando, forse hai ragione tu, non sono così sicuro, se non fosse, forse,
preferibile parlare, invece che di genere, di classi. Poi sul problema
dell'identità e della trappola dell'identità, va bene, l'identità è una storia
lunghissima, siamo tutti perfettamente d'accordo, se ne è parlato, straparlato,
eccetera, eccetera, che è un paradosso, e siamo tutti perfettamente d'accordo.
Però, l'identità, se è una trappola in quanto, secondo me, cancellazione delle
differenze, è una trappola, comunque sia; quando si dice che A è identico ad A,
si sta già parlando di due A diverse, una che sta di qua e una che sta di
là. Questo non implica, però, la cancellazione di eventuali differenze. È una
questione di costrutto logico, perché che ci piaccia o meno, noi, però, li
facciamo i costrutti logici, quando parliamo. Poi, hai detto, poi mi taccio
perché se no non andiamo più a casa, questa sera, tu hai detto che i linguisti,
e qui io mi sento friggere un pochino ...
Augusto Ponzio L'ho fatto apposta …
Romeo Galassi… e lo so, perché mi vuoi bene, no? Mi vuoi bene anche tu,
ci vogliamo tanto bene, allora le opposizioni, i linguisti se le sono andate a
cercare, ma non è vero niente. I linguisti non sono andati affatto a cercare le
opposizioni, i linguisti hanno avuto solo il torto, di vederle, perché le
opposizioni ci sono. E i linguisti le hanno solo messe in evidenza, e le hanno
descritte, ed è proprio attraverso questo, queste opposizioni, che si notano le
differenze. Tant'è vero che poi, possiamo anche dire che esistono diversi tipi
di opposizioni. Un conto è la questione del binarismo di Jakobson, e dei tratti
distintivi, e quindi la fonetica, la fonologia, tutte quelle cose lì. Però, poi,
tu sai benissimo che esistono delle opposizioni che sono le opposizioni
partecipative, che dunque non sono come le altre, hanno una natura un pochino
diversa, e che spiegano perfino le opposizioni dei logici, della logica formale.
Anzi ti dirò di più, che sono proprio le opposizioni che impongono le
differenze, perché dove c'è differenza c'è opposizione, inevitabilmente. Perch�
dove si crea una diversità, il diverso, cioè l'uno diverso dall'altro, in
qualche maniera, realizza una funzione oppositiva. Si tratta di vedere che tipo
di relazione oppositiva, ma un'opposizione c'è.
Un'ultima cosa. La prima forma di lettura, il bambino che impara a leggere, tu
dici, è una lettura che il bambino, tutto sommato, si dice come legge bene,
perché produce suoni, eccetera. No, legge bene perché oltre a produrre suoni, fa
capire che ha capito quello che sta leggendo. Convoglia semantica a piene mani.
Non è un fatto solamente di pronuncia, perché se io leggo e non capisco niente,
mi dai da leggere un testo in danese, io posso pronunciartelo perfettamente, ma
sicuramente un danese che mi ascolta, capisce che non ho capito. Quindi, se si
dice che il bambino ha letto bene, ha letto bene perché ha saputo pronunciare
bene, ma ha, come si dice qui a Padova, ha saputo dare sesto a quello che ha
letto, e quindi mostra di avere capito.
Scusatemi, ho finito.
R.C. Ringrazio anche Romeo Galassi, per il suo intervento. A questo
punto, la conclusione a te, Augusto, e prima che tu concluda, ricordo che in
fondo alla sala ci sono copie del libro che abbiamo presentato questa sera, La
dissidenza cifrematica, che sono in vendita. Augusto Ponzio sarà lieto di
firmare la copia per chi l'acquisti. Prego.
Augusto Ponzio Io capisco le preoccupazioni, ma sono le preoccupazioni
di chi si sente togliere delle cose a cui è rimasto aggrappato …
Romeo Galassi … Ti sbagli, no. Ti sbagli.
Augusto Ponzio … il terreno sotto i piedi, l'entourage normale in
cui ci si aggira, in cui ci si rintana. Verdiglione e Lèvinas usano lo stesso
tipo di scrittura per quanto riguarda l'Altro, lo scrivono con la lettera
maiuscola. Questo scrivere con la lettera maiuscola in Lèvinas ha dato problemi
serissimi d'interpretazione, anche perché i riferimenti al Talmud, i riferimenti
alla Bibbia hanno fatto pensare che quando diceva Altro con la A grande,
pensasse a Dio. Il paradosso è questo: che proprio scrivendo l'Altro con la
lettera maiuscola, stai dicendo l'Altro che non è rappresentabile, che non è
giudicabile, che non è classificabile, cioè stai dicendo l'altro minuscolo;
l'Altro scritto con la maiuscola è l'altro minuscolo, l'altro di ciascuno di
noi, l'altro che non è messo dentro un recipiente.
Genere: quando dico genere lo uso proprio in senso aristotelico, la specie e il
genere. Il genere è un tipo, una modalità, un insieme, un agglomerato. Questo
intendo per genere e lo uso nel senso logico della parola. Classe, sostituiamolo
con classe, ma sono due cose un po' diversificate, perché genere e specie e
classe, sono cose che possono essere usate in maniera diversa, visto che la
lingua ci dà questa possibilità di usi diversi. L'Altro con la lettera maiuscola
è l'assente, la caratteristica dell'Altro è il fatto di non starci, ecco. Di non
starci, di non starci in tutti i sensi. L'Altro è colui che ti dice : non ci
sto, non ci sto nei tuoi piani, nel tuo progettino, non ci sto nella tua
interpretazione, non ci sto nella tua denominazione. L'Altro è l'assente,
sicché
il massimo che puoi dire a una persona che t'intriga, diciamo, di una persona di
cui sei innamorato, il massimo che puoi dire a una persona che ti coinvolge, io
credo che sia questo: sei qui, e già mi manchi. Credo che non si possa
dire più di questo.
R.C. Bene. Ringrazio Augusto Ponzio per essere stato qui con noi questa
sera, per la sua generosità del suo intervento, così come ringrazio Margherita
De Michiel, Susan Petrilli e Maria Antonietta Viero. Ringrazio anche ciascuno di
voi e invito ciascuno di voi a leggere questo libro. Una cosa che non abbiamo
detto, emerge tra le righe, è che ciò che distingue la parola rispetto alla
logica del discorso, è che la logica del discorso è una logica binaria, la
logica della parola è singolare triale. Senza il riferimento a questo, diventa
difficile capire qual è la particolarità, perché ci fa sembrar bella una
particolarità binaria. Qui si tratta della logica singolare triale, e leggendo
il libro, questo si può capire e apprezzare.
Grazie ancora e arrivederci.
Ruggero Chinaglia - via Nazareth, 6 - 35128 Padova Tel. - Fax 0498759300 - email ruggerochinaglia@infinito.it