Ruggero Chinaglia. Quale cura per i tumori?

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29 gennaio 1998 Dibattito sul tema Quale cura per i tumori? Novità nella ricerca e nella clinica  con Paolo Pontiggia, Ruggero Chinaglia, Luigi Corti, Fabrizio Galeotti, Maria Ornella Nicoletto, Carlo Riccardo Rossi, presso la sala della Gran Guardia a Padova

Ruggero Chinaglia

Quale cura per i tumori?

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Cosa intendere con il termine cura, come praticare la cura, che cos'è la cura? Nell'esperienza clinica psicanalitica la cura non è qualcosa che si subisce, da affrontare passivamente o che risenta della possibilità di uno schema, uguale per tutti, che consenta quindi un'applicazione omogenea e generalizzata, non è il rimedio che deve liberare da qualcosa. E' un dispositivo da instaurare caso per caso. La cura non è uguale per tutti. Rispetto a che cosa tutti sarebbero uguali? Aristotele diceva: "Rispetto alla morte".

Ma, la cura di cui si tratta non è la cura per la morte, è la cura per la vita; è la cura rispetto alla clinica della vita, non a una clinica della morte. In questo senso non può risentire, in primo luogo, della morte o del suo fantasma. La cura è anche itinerario verso la qualità, verso la salute. L'esperienza e la pratica della cifrematica si rivolgono alla qualità, e la salute è l'istanza di questa qualità. La salute, nella parola, non è il benessere, non è lo stare bene, è l'istanza della qualità, quell'istanza per cui ciascuno si rivolge, nel suo progetto, con il programma di vita, al compimento delle cose che urgono. In questa urgenza, in questo compimento, in questo programma di vita sta l'essenziale della cura.

Pongo l'accento su questa cosa, che mi sembra importante, proprio perché il discorso occidentale, con l'impostazione che ne deriva nelle discipline, nella vita di tutti i giorni, pone invece l'accento non già sulla vita, ma sulla morte. Privilegia la morte come sostanza proprio a partire da quel sillogismo aristotelico secondo cui tutti gli uomini sono mortali; quindi privilegia la morte, la paura della morte, il pericolo di morte, le varie rappresentazioni nel male, nel peccato, nelle malattie. Il discorso occidentale, rispetto alla morte, perfeziona un apparato di conoscenza, di presunta conoscenza sulla morte che è già la morte. Il presumere di conoscere la morte è già la morte, è già un modo di porre la morte dinanzi a sè come spauracchio, come specchio, come referente.

Non a caso, per quel che riguarda molte malattie e, non ultimo, il caso dei tumori, la cosa più frequente che accade di sentire dire, in occasione di una diagnosi, è quanto resta da vivere. Quanto resta? Quanto manca alla morte? Ma, così, è introdotta la morte nella cura, al posto della cura, in primo piano, sta la morte. È importante che, invece, questo non sia determinante rispetto alle possibilità della riuscita della cura, rispetto alla sua efficacia, che si tratta di valutare quale sia. La qualità della vita non dipende dalla durata della vita. L'idea di durata è già un'idea della morte; l'idea della durata privilegia in primo piano la fine. Chiedersi quanto dura qualcosa è già chiedersi quando finisce, quando finirà; è già un porre dinanzi a sè, come prioritaria, la fine, anziché lo svolgimento delle cose, anziché l'itinerario delle cose verso il loro compimento. Già questo è morte, già questo toglie la cura.

 Elaborare la combinazione della vita con la morte è essenziale per la psicanalisi, ma ritengo sia essenziale anche per la medicina, perché si costituisca come medicina per la vita, più che medicina contro la morte. Essere contro la morte non equivale a favorire la vita, a far sì che effettivamente qualcosa si rivolga alla vita e alla qualità della vita. La questione della cura non è una questione di sostanza, non è la questione di trovare una sostanza che si contrapponga a un'altra sostanza a cui poter delegare la questione vita. La questione della cura è quella di un dispositivo da instaurare, grazie a cui ciascuno possa affrontare la difficoltà che gli sta dinanzi. Affrontarla porta già alla vittoria. Già affrontare la difficoltà è un modo della vittoria, è qualcosa che va in direzione della vita, va in direzione della qualità, perché la qualità delle cose non sta nella loro durata.

Quindi non si tratta di demonizzare il male o demonizzare la malattia, puntare alla salute come qualcosa che sia esente da ogni segno presunto del male, del negativo. Ciò che oggi è male, o può sembrare male, una circostanza che, oggi, per qualcuno, può costituirsi come male, se affrontata può portare a qualcosa che non è previsto e prevedibile e che non è più male. Non si può porre dinanzi a tutto la presunzione di conoscenza, perché questo toglie il cammino, toglie l'itinerario, toglie il corso delle cose; questo è già morte. Queste considerazioni sono anche un invito alla lettura del libro di Paolo Pontiggia Quel calore che cura i tumori, edito da Spirali, perché, pur con molte notazioni scientifiche, con molti dati che riguardano l'insorgenza dei tumori, le loro caratteristiche, i modi della cura, le svariate combinazioni in cui ciascuno può imbattersi nella pratica, nella clinica e nella ricerca intorno ai tumori, contiene anche degli squarci di speranza, degli squarci che indicano che la medicina non può ridursi a tecnologia.

La medicina, che è arte e scienza, occorre che mantenga questa sua prerogativa che la qualifica come medicina di vita, perché lì dove si riduce a tecnologia perde il suo messaggio di vita, perde la sua connotazione di clinica della vita e si riduce a qualcosa che forse perde di vista che ciascuno esiste nella sua specificità, nella sua particolarità, non in una totalità, non in una genericità. E questo vale nella parola, quindi vale per quanto attiene alla psicanalisi, ma anche per quanto attiene alla medicina, perché la vita non è qualcosa di zoologico, non riguarda l'animale in quanto tale, ma riguarda ciascuno con le sue caratteristiche, con i suoi progetti, con le sue speranze, con il suo programma di vita. Soprattutto questo è importante. Mi pare che anche nel contesto medico nessuno obbietta intorno al fatto che non si possa più parlare di una malattia tumorale, ma di tumori, cioè di ciascun tumore. Ciascun tumore è un caso a sè; ciascun tumore, anche per come è descritto nel libro, ha una tal possibilità di variare nel suo corso, nella sua insorgenza, durante la cura, che sfugge a un possibile inserimento drastico in un catalogo.

Questo, allora, suscita la domanda: come mai, nonostante questo, il riferimento più frequente, il dato più frequente che viene comunicato è quello della statistica, quando si tratta di qualcosa che è vario, multiforme, molteplice e che quindi va verso il caso particolare e non verso il caso generale? Anche questa è una questione che, quanto al modo della cura, pone determinate riflessioni, così come si tratta di valutare come intendere la guarigione. Perché qualcosa sia definito guarigione, occorre corrisponda con il debellare ciò che rappresenta il male, o non si tratta di puntare a qualcosa che garantisca la vita, che consenta la vita, che vada in direzione della qualità della vita, nonostante ciò che possa costituirsi come male? La cura procede non dall'alternativa fra il bene e il male, ma dalla tolleranza del bene-male, e da questo procede anche la salute, non come qualcosa che debba espellere ogni presunto segno del negativo, ma che possa anche combinarsi, senza quindi nessun cedimento a un purismo esasperato, che possa diventare poi anche accanimento. Forse, insomma, la questione della morte non intesa come male, non intesa come qualcosa che sia da sconfiggere, ma qualcosa nonostante cui c'è la vita, ed è a questo che ciascuno occorre si rivolga con i suoi pensieri, con i suoi progetti, con il suo programma.

Si pongono in luce soprattutto le difficoltà del medico dinanzi alla decisione da prendere, per il medico e anche per chi gli sta dinanzi. Questa decisione da prendere, indubbiamente, ha bisogno dell'orientamento, delle indicazioni che il medico può dare. Ma, mi chiedo e chiedo a ciascuno: può questa responsabilità, questa decisione da prendere venire delegata a un dato presunto obiettivo? Per quanto suffragato dalla ricerca, dai dati, dalle testimonianze che vengono dalle varie sperimentazioni, dai riscontri clinici delle varie sedi, imbattendosi tuttavia nella varietà, nella differenza, implica necessariamente che ciascun caso ha una decisione che si pone lì, che certamente può avvalersi dei riscontri che ci sono, delle esperienze in corso, forse non come primo presidio, non come primo suffragio. Il primo suffragio viene da ciò che c'è dinanzi, da una combinazione particolare di cui certamente la letteratura non può dare il più ampio riscontro totale, un obiettivo riscontro. Io credo che la difficoltà della medicina stia proprio in questo, ma non può venire tolta.

Io credo che la questione del medico nella sua pratica sta proprio in questo, che la difficoltà della decisione da prendere non può venir tolta, non può venir delegata a dei riscontri della letteratura, delle riviste, dei riscontri della statistica, che possono fornire, sì, uno sfondo a cui riferirsi, ma che non tolgono in prima istanza ciò che è una decisione che si pone lì da un dispositivo della cura che s'instaura nell'incontro, nel colloquio, nella visita, anche forse in termini non solamente individuali ma anche di equipe, che comunque pongono per ciascuno una questione di originarietà del caso.

Ciascun caso è originario nel senso che non origina nella letteratura. In un certo qual modo, è sorprendente che noi ci troviamo qui in un dibattito pubblico a parlare di tumori, rispetto a qualche tempo fa quando l'argomento veniva riservato agli specialisti. Dovrebbe essere il contrario, invece: dovrebbe sorprendere che non sia una pratica in uso quella di favorire lo scambio, le informazioni, gli apporti, le testimonianze che vengono dalla ricerca della pratica clinica, anche in un contesto non riservato agli specialisti.

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