Chiweb.net >Dibattiti > Armando Verdiglione > La cifrematica, scienza della vita

Lucia Schierano C'era una volta un uomo che, a parte una macchia in fronte, era bellissimo, elegante, pertanto senza ossequio alla moda. Non che la macchia fosse un difetto. Chi lo guardava lo ammirava; anzi, l'ammirazione si soffermava in definitiva sulla macchia. Non che fosse una stella. Un certo splendore si diffondeva in ciascun gesto, in ciascun movimento, in ciascun tratto del volto, della mano o del vestito. Non che fosse propriamente una macchia. Essa partecipava alla bellezza dell'intera sua immagine, parlava, raccontava, passeggiava, si sedeva nei parchi con i vecchietti e sulle scalinate delle chiese dei palazzi con i bambini; entrava nelle sinagoghe e nelle stanze del potere raccontava, ascoltato con grande attenzione, anche se ognuno diceva, dopo, di non aver compreso nulla. Ma un giorno, anzi, al crepuscolo, nella piazza antistante il duomo della città, seduto all'angolo della strada e appoggiato alla colonna, vide un signore macilento, profondamente segnato, senza gambe e senza braccia, con cicatrici al collo, alla tempia, alla fronte, al petto, lasciato scoperto da una camicia consunta; raccontò anche a quel signore, che lo intese.
Giuseppe Savio Non soltanto le donne della Bibbia, ma anche le donne della poesia, tanto greca quanto latina, persino Venere, si leggono nell'attuale di Maria, e anche Edipo si legge nell'attuale di Cristo. Nella parola originaria, la fiaba, la favola, la saga costituiscono il nostro viaggio intellettuale. Nulla è passato, nulla è presente. La memoria è in atto, si rivolge alla qualità della vita, e si scrivono della memoria le sue arti e le sue invenzioni. La rivoluzione sta qui, come la vita nella sua scienza, nella sua particolarità, nel suo specifico diviene valore intellettuale assoluto. Questa la restituzione in cifra di quanto abbiamo ricevuto, che mai è stato e che mai ha potuto esserci dato, la restituzione del testo. La classicità dimora oltre l'avvenire. Il granello di civiltà è ciò che si raggiunge, né scontato né da scontare. E i dispositivi della fiaba, della favola e della saga seguono i dispositivi della conversazione, della narrazione e della lettura, dispositivi di forza e di direzione intellettuali, come intellettuale ormai è la cosa.
Lucia Schierano Gli umani sono votati al bene o al male? Vogliono il bene o il male? Sono sorretti da una volontà di bene o da una volontà di male? Nascono buoni o cattivi? Sono naturalmente buoni o naturalmente cattivi? Il bene e il male non costituiscono una dicotomia e nemmeno una coppia sociale, politica; nessuna conciliazione fra il bene e il male. L'ossimoro indica bene e male come modo dell'apertura. Bene e male, dunque, non s'incarnano, non si personificano e non sono posseduti né dal bene né dal male. Sembra subito chiaro, eppure le varie dottrine politiche, morali, economiche ruotano attorno a questa economia: economia del bene o economia del male. Dire economia del male, dire che il male viene evitato significa porre il male dinanzi, significa che è possibile una mediazione del male. Anche quando viene detto che è estirpato, tolto, abolito, soppresso, il male viene sempre posto dinanzi.
Giuseppe Savio Nessuno sa perché si trovi qui, per esempio su questo pianeta, né dove sia diretto; nessuno sa quale sia il viaggio, quale è la sua conclusione. Contro questo, ognuno pone vari rimedi, soluzioni, può chiudere tutto nel cerchio del sì o del no, può lasciarsi andare, può partire dall'idea della fine e così pensare a una finalità prima o ultima, può costruirsi una genealogia, addirittura un'origine e quindi una durata. Due più due farebbe quattro in una specie di algebra della vita o di geometria della vita, ma due più due non fa mai quattro nell'aritmetica della vita. Nell'aritmetica del viaggio, nell'aritmetica della ricerca e nell'aritmetica del fare, due più due non fa mai quattro.
Lucia Schierano Se nessuno sa perché si trovi su questo pianeta, la partita procede dall'apertura. I giochi non sono fatti. L'interlocutore non rappresenta l'Altro, né io lo rappresento o mi rappresento. Se nessuno sa preliminarmente quale sia la direzione del viaggio, allora la parola è originaria, la vita è originaria e la memoria è in atto. Quale sia il nostro avvenire, quale il nostro destino non è gia stabilito, né prima né dopo; non è presente né è presentificabile o rappresentabile. Non possiamo farcene un'idea, ma in ciascun atto, ciascuna volta in cui la memoria è in atto, tocca a noi cogliere la direzione.
Giuseppe Savio Nulla è origine. Originario. Non c'è origine delle cose. Leggete il Genesi, il Vangelo o la patristica e trovate non già l'origine ma l'originario. La parola è originaria. La particolarità, l'itinerario, ciascuna cosa in cui noi ci imbattiamo o che incontriamo si inscrive nell'itinerario come originario; non ha da cercare l'origine. L'idea di origine è l'idea di morte.
Lucia Schierano Ciò che occorre fare non è mai né difficile né facile, è questa l'aritmetica, e il dispositivo non è algebrico né geometrico, ma aritmetico. La diffidenza è una proprietà della fede e il miracolo è una proprietà del fare, del fare che non è reale, del fare secondo l'occorrenza. La meraviglia, la sorpresa nella sembianza sono aspetti del miracolo. Noi ignoriamo i nostri talenti, ecco perché ciascuna cosa che interviene nel fare e che occorre fare è sempre alla nostra portata. Bisogna che i talenti siano in esercizio e che la cosa che è da fare, noi non la consideriamo né facile né difficile. Se la consideriamo difficile, siamo indotti nella disforia; se la consideriamo facile, siamo indotti nell'euforia. In entrambi i casi, nulla avviene, nulla accade, è l'assenza di miracolo. Le istituzioni laiche o divine o teocratiche sono fatte apposta perché nulla accada, laicistiche. La santità è una proprietà di dio, una proprietà della fede, e la fede non può non operare. Dio non può non operare; dio non agisce, ma opera. Questa è la santità.
Giuseppe Savio Come la vita diviene capitale? La vita diviene capitale solo se
non è commercializzabile, se non è capitabizzabile. Il capitale non è
capitalizzabile. Le cose della vita non sono il bene e il male, l'alternanza tra
la vita e la morte poste dinanzi a noi. Le cose della vita sono quelle che
procedono per integrazione e si rivolgono al capitale, alla cifra, alla qualità.
Come instaurare il brainworking, l'intellettualità della nostra vita? Come
stabilire la disposizione alla novità, sia quella che risalta dalla scrittura
della ricerca sia quella che risalta dalla scrittura delle cose che facciamo
secondo l'occorrenza? In quanto gerundio, la vita è senza zoologia.
Lucia Schierano Come avviene che noi, con le nostre idee, con le nostre
convinzioni, oscilliamo fra il comico e il tragico, fra l'euforia e la disforia,
come avviene che ammettiamo che ci sia anche un solo istante in cui siamo esenti
dalla domanda intellettuale, esenti da ciò che è assolutamente particolare e
specifico dell'esperienza originaria?
Giuseppe Savio Senza la domanda intellettuale, immaginiamo o crediamo che lo scopo sia redigere un contratto anziché di instaurare il dispositivo. Allora diveniamo osservatori, ci osserviamo: rappresentiamo i nostri arti, i nostri organi, i muscoli, i nervi, l'interno, l'esterno, ci occupiamo del nostro stato psicofisico, cerchiamo segni, scrutiamo segnali; osservando, inseguiamo significazioni. E su questo stato soggettivo universale si stabilisce un business mondiale.
Lucia Schierano La scena non è la psiche. Il cervello non è lo psichico. Corpo e scena, non c'è più il somatico, non c'è più lo psichico. Non soltanto non c'è più la psicosomatica, ma il corpo non è somatico e la scena non è psichica. Il corpo è originario. La scena è originaria. Per ciascun atto, il cervello della nostra vita è da instaurare.
Giuseppe Savio Che cos'è la domanda di qualità o di cifra? È il cervello della direzione. Se la domanda è intellettuale, non è questione di ristrutturare. A scriversi è una strutturazione incessante. Ciascun tratto del sentiero o del bordo o del filo o della corda si compie sull'impossibile proprio del labilinto e sul contingente proprio del giardino. La vita è irrimediabilmente difficile e impassibilmente complessa. Come possiamo giungere alla semplicità? L'arma è il mezzo e lo strumento, è la medicina, è l'industria. Qual è l'arma nuova? Se puntiamo al benessere, prepariamo la nostra rovina: tutta la nostra attenzione sarà rivolta al malessere da evitare dato il privilegio accordato al benessere. Qual è l'arma nuova? Qual è la novità assoluta?
Lucia Schierano Il brainworking è anche la disposizione alla novità. Come sospendere la superstizione, per esempio quella che ci farebbe scegliere fra un male maggiore e un male minore, fra un vizio maggiore e un vizio minore, fra una pratica erotica grave e una pratica erotica veniale? Come sospendere la contabilità della nostra vita e la sua prevedibilità, la sua probabilità? Se procediamo dal nodo della vita, dalla traccia della vita, in altri termini dalla questione di vita o di morte, dalla questione aperta, la nostra domanda è un dispositivo aritmetico, e nulla più è quotidiano.
Giuseppe Savio Il cervello. Come è quando per ciascuno si instaura e cervello, a che età, in quale tratto del viaggio, in quale stadio o in quale tappa? E, vivendo, c'è un istante in cui il cervello cessa? Che cos'è la morte intellettuale? C'è un modo dell'assunzione che non equivalga al farsi carico? La vita pesa per chi si fa soggetto, per chi si pensa, per chi si crede, per chi si immagina, per chi si attribuisce o attribuisce all'altro qualcosa. La vita pesa per chiunque si eserciti nell'autoritratto, parlando di sé o dell'altro. Sta qui il divario fra il dispositivo di gioco e d'invenzione, di arte, di cultura e il soggetto che tutto vede, che tutto sa, che tutto si attribuisce e che si affida alla rappresentazione di sé e dell'altro. Il negativo, lungo il viaggio, non c'è, non viene portato, non viene addotto né mostrato né rappresentato né attribuito all'altro o a sé, neppure all'idea. Ciascuna cosa entra nel viaggio, perché ha la sua condizione nel distacco. Perché viviamo? Ah, non c'è dubbio! Per piacere. Ma non si è mai dato un piacere che fosse piacevole e non c'è nulla di più soggettivo della piacevolezza. Nulla è più distante dal piacere intellettuale della piacevolezza. La vita non passa e non scorre, non si misura e non si risparmia; la sua pausazione, la sua modulazione, la sua temporalità tendono sempre alla sua attualità, alla sua qualificazione, alla sua valorizzazione.
Lucia Schierano Come mai oggi c'è tanta indifferenza in materia umanità, tanta indifferenza verso il terreno dell'Altro che non sia rappresentabile o personificabile? Come mai oggi c'è tanta indifferenza in materia di politica altra, di politica del tempo, del tempo che non finisce, di politica dell'ospite? Come mai tanta indifferenza rispetto alla solidarietà che sia dispositivo dell'accoglienza? Come mai tanta indifferenza verso il patto che sia dispositivo della riuscita? Della riuscita non della soluzione. Perché tanta indifferenza in materia di finanza, dell'istanza di conclusione? Perché tanta indifferenza in materia di salute? Come mai la salute è sempre più concepita come qualcosa di ideale o di mentale e mai come salute intellettuale, mai come istanza di qualità, ma sempre come il colmo dell'economia della malattia, sempre come il colmo del minimo male comune necessario? Non è questa la salute, non sono queste le ragioni di salute, le ragioni di vita. Queste sono le ragioni della malattia e della morte; questo è il discorso della morte, non è la parola, non è la scienza della vita.
Giuseppe Savio La cifrematica è la scienza del terzo millennio; è una novità assoluta, si è costituita come una novità assoluta: è il nostro modo di restituire il testo dei millenni che ci precedono e di consegnarlo all'avvenire, è il nostro modo di leggere, è una scienza senza precedenti, senza passato, senza storicismo, senza derivazioni, dipendenze, discendenze, ascendenze, senza genealogia, è una scienza che ha cinque logiche come la mano, la mano per cui Leonardo dice che il manuale è intellettuale e che non c'è più da distinguere tra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale, tra l'arte meccanica e l'arte liberale. Così le professioni e le confessioni non rispondono alla ragione di vita, ma solo alla ragione dell'essere o dell'avere, della possessione, quindi a una ragione demonologica, alla demonologia.
Lucia Schierano In che modo ciascuno di noi compie la restituzione del viaggio? In che modo ciascuno approda alla qualità? Quali sono le proprietà che traggono ciascuno verso la qualità? Ciò che non è mai stato, eppure è nell'attuale della memoria, viene restituito, questo è l'aforisma principale dello stress, ovvero della domanda, e viene restituito in cifra, non già in pristino. Voi intendete da ciò la comicità dell'istituto della proprietà intellettuale che starebbe al posto del dispositivo di parola, al posto della domanda. Che cosa non viene fatto contro lo stress, quante pene non vengono inflitte per combattere lo stress, per combattere la domanda, per combattere l'annunciazione, per combattere il viaggio, per dare la cronologia del viaggio! La psicofarmacologia è il volto generale della cronologia. Noi non non accettiamo l'idea di una confisca della parola, di una prigione nella parola, non accettiamo che ci sia qualche tratto del nostro viaggio che non sia libero.
Ruggero Chinaglia Signore e signori, amici, buonasera. Abbiamo ascoltato alcuni brani tratti dai libri che questa sera vengono presentati per la prima volta qui a Padova e sono i libri più recenti di Armando Verdiglione che propongono la sua elaborazione più attuale: Edipo e Cristo. La nostra saga, La famiglia, l'impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale, Il brainworking. La direzione intellettuale. La formazione dell'imprenditore. La ristrutturazione delle aziende, Artisti e Venere e Maria. La fiaba originaria, scritto anche da Maria Grazia Amati con illustrazioni del maestro Alessandro Taglioni, libri che sono editi da Spirali. Armando Verdiglione, sia quando per la sua scrittura e la sua produzione teorica era definito oscuro, sia oggi per la sua chiarezza e semplicità, non cessa di inquietare, perché il suo messaggio contrasta la tendenza dell'epoca che è quella d'inventare e catalogare sempre nuovi mali per proporne gli antidoti, le ricette miracolose per il fine di bene, tendenza che propone di evitare alcune cose perché sarebbero pericolose. Verdiglione non evita niente di ciò che gli si pone dinanzi; affronta ciascuna circostanza traendone l'insegnamento, i frutti fino alla scrittura, fino alla cifra, la qualità assoluta. Per questo è maestro di vita, perché non ricorre al limite dell'umano per giustificare alcun che. "Il limite è del tempo", scriveva già negli anni '80, e per questo, ciascuno può osare, può intraprendere anche i progetti più arditi.
E così è accaduto a tanti giovani che lo hanno incontrato e hanno intrapreso con lui questa esperienza, così è accaduto anche a me. Armando Verdiglione è un dispositivo di forza, per sé e per chi lo ha come interlocutore, perché il suo intervento è costantemente in direzione dell'efficacia, della conclusione, della qualità. In questo sta la sua generosità estrema, che è la generosità che caratterizza lo statuto del cifrante; è questa generosità che l'epoca non ha gradito e non gradisce, la generosità che consente di non dover stabilire preventivamente quali siano i limiti altrui, le capacità altrui, le risorse altrui sulla base di classificazioni convenzionali psicopatologiche. "Non c'è più malato mentale come limite dell'umano", "A ciascuno la sua logica e la sua impresa", questi alcuni assiomi della tolleranza della parola cui si attiene. Verdiglione si attiene alla parola e alle sue proprietà: l'apertura, l'assoluto, il funzionamento, l'aritmetica del fare, l'Altro tempo, la fede assoluta. A questo seguono l'irrapresentabilità dell'oggetto, dell'Altro e delle cose, quindi dell'avvenire, e solo così ci si può rivolgere all'avvenire e le cose si rivolgono alla qualità. La generosità intellettuale di Verdiglione è la sua caratteristica più "inumana", per dir così, per quanto questo termine umano, oggi, significa un'appartenenza a un genere; ma è proprio grazie a questa generosità, per cui accede all'humanitas, a quel terreno dell'Altro in cui umiltà, generosità e indulgenza consentono che si instauri la piega, per cui ciascuna cosa, con la clinica, si volge alla cifra.
Attenendosi all'originario, alla parola originaria, Verdiglione sorprende, spiazza chi crede di conoscerlo, di averlo capito, di prevedere cosa farà e, attenendosi a questo, annuncia con anni di anticipo quale sarà l'andamento delle cose. Valga come esempio la sua scommessa, negli anni '70, che puntava sulla sicura caduta del muro di Berlino e sulla trasformazione della Russia e dell'Europa. Questa esperienza, l'esperienza cifrematica, che quest'anno compie trent'anni, si è svolta e si svolge con la sua direzione in un dispositivo di parola di cui non c'è uguale sul pianeta.
Questa esperienza sorge dal disagio intellettuale, cioè dalla non conoscenza di quel che ci aspetta, e si rivolge alla qualità, alla riuscita del progetto e del programma di vita. Così è stato in questi trent'anni e questa è la direzione dei prossimi cinquanta, almeno.
E dunque questa sera Armando Verdiglione è qui con noi, rispondendo al nostro invito, e lo ringraziamo per questo, è qui per l'ennesima volta a Padova, città che fra le prime l'ha ospitato, allora si era nel 1974, città che con il suo contributo si è avvalsa di acquisizioni, di apporti internazionali, di echi di ricerche che difficilmente avrebbero potuto giungervi. Padova è città che è nell'itinerario di Armando Verdiglione e che ha Verdiglione nel suo viaggio come città del secondo rinascimento. Noi abbiamo invitato qui, questa sera, Armando Verdiglione per ascoltare la sua testimonianza, per darne un seguito, perché la sua parola è nell'itinerario di ciascuno di noi. Prima di passargli la parola per la sua conferenza, invito a dare il suo saluto a Maria Antonietta Viero, esponente dell'equipe di Padova, che dà appunto un saluto a nome dell'associazione e dell'equipe che ha organizzato questo avvenimento.
Maria Antonietta Viero La vita, solo questa. Della vita non c'è replica, è questione di vita o di morte. Urge vivere, perché la decisione di vivere è in atto. Ma come vivere? La vita ci chiama, ci questiona. Dall'aria, ciascun istante, con la luce, i colori dell'arcobaleno costituiscono l'inciampo sulla via del disegno e, interrogando, inducono la parola al racconto perché la fiaba si dica e narri la storia, quella non ancora mai udita e ciascuna volta differente. Sulla via della difficoltà estrema, con la forza della vita, la pulsione, la spinta, ho incontrato Armando Verdiglione. Ammettere la difficoltà, attraversarla non è stato e non è mai facile. Difficoltà intoglibile.
L'incontro con Armando Verdiglione avviene a Roma, fine gennaio 1982, con il congresso La cultura. Sale e sale con tavole rotonde, tre giorni di dibattito, di scrittura, di lettura in un gioco fantastico di intrigazione fra le varie arti: poesia, letteratura, psicanalisi, teologia, filosofia, ma anche teatro, danza, musica, e scrittori, intellettuali, giornalisti, imprenditori provenienti da tutto il pianeta e uditori per un confronto libero, perché libera è la parola. Libera è l'associazione, perché libero è l'andare e il venire proprio delle cose. Con lui ha preso il via il mio viaggio, essenziale all'introduzione dell'infinito nella parola, essenziale all'elaborazione del luogo comune, dei tabù, delle superstizioni, difficilissimi da sradicare. Lì, ho scomesso sulla vita e sulla sua riuscita.
Con lui, con la sua provocazione, con quel suo non stancarsi mai, inarrestabile forza per una missione da compiere, mi conduce lungo un cammino dell'identificazione in un percorso culturale ineguagliabile, dove c'è sempre l'altro modo per affrontare ciò che accade, una formazione incessante per accogliere la novità, per introdurre nel riso la sorpresa che qualcosa sia potuto giungere come mai si era pensato, e fede in ciò che non muore, perché le cose non finiscono. Il tempo non finisce. E speranza nel volgere le proprie vicende in materiale dell'ironia, per la scrittura di ciò che resta, perché ciascuno di noi possa incamminarsi nel cielo della parola e contribuirne, in ciò che facciamo, per come lo facciamo, alla scrittura dell'avvenire. Per questo, io, questa sera, lo ringrazio e ringrazio ciascun amico che ha detto sì a questo mio invito di essere qui questa sera, augurandogli di cogliere, nella distrazione, l'essenziale che lo concerne, per la vita, questa, che è già l'altra.
Armando Verdiglione Amici, buonasera. Quasi trent'anni or sono ero qui, già per la seconda volta, perché ciascuna volta è originaria, come abbiamo avuto modo di sentire, e sono qui, quindi per voi, per ciascuno di voi, per questa città così essenziale al pianeta, ma è stata essenziale in questi trent'anni. Padova-Milano, Padova-Milano-New York, Padova-Milano-Tokyo e Parigi e Londra e San Pietroburgo e Ginevra e Caracas, eccetera. E Padova è stata sempre essenziale. Il movimento.
Il movimento si è inaugurato certamente a Milano, ma subito con Padova, un movimento essenziale quando le cose incominciano, crescono, aumentano e nella stessa inaugurazione delle cose, nell'introduzione delle cose il movimento è essenziale. Il movimento non è autonomia. Abbiamo incontrato, a Padova e altrove, gli autonomi. L'autonomia è la dipendenza dal volto umano, non è il movimento. Il movimento è intellettuale; il movimento non è senza la parola. Ci troviamo qui, dunque, per questo incontro e questo bellissimo avvio, questo bellissimo cominciamento, la danza, l'arte, la poesia, il gesto e la testimonianza di ciascuno, coloro che sono intervenuti e coloro che sono qui che non sono intervenuti, ma certamente potrebbero intervenire, e tutti coloro che sono assenti.
È chiaro che io ringrazio il dottor Ruggero Chinaglia, la dottoressa Maria Antonietta Viero e l'intera equipe che, anche in periodi difficili, ha proseguito qui a Padova a tenere convegni, giornate di studio e a portare scrittori, scienziati che venivano da varie parti del pianeta, e sono sempre loro che anche in altri periodi hanno avviato e sostenuto battaglie importanti anche a Padova. Le battaglie o la battaglia è sempre intellettuale. Ma ringrazio anche chi ha collaborato a Padova fra il '75 e l'85 e poi non ha potuto, non ha trovato il modo di proseguire e poi è scomparso. E quindi anche da parte sua e da parte di questo gruppo c'era stata una collaborazione importante. Allora noi ci troviamo nell'arca. Sembra che il mito dica che Noè introduca nell'arca, introduca ciascun elemento. No. Ciascun elemento, se noi leggiamo attentamente la Bibbia, sta già nell'arca, sta già nella parola. L'arca, nel testo ebraico, è la parola. Ciascun elemento, ciascuno di noi è già nella parola. Non c'è chi è sulla nave e chi è sulla riva. La riva, il mare, l'infinito e la città, la terra, le galassie sono nella parola, cioè sono nell'arca, sono già nell'arca. Questo è qualcosa che indica come ciascun elemento proceda però dall'apertura, proceda dal due. Noi siamo abituati a considerare le cose in un modo scolastico, come abbiamo imparato, e secondo il canone occidentale. Questo canone non è il testo; questo canone è il discorso, e un discorso di padronanza, ma non è il testo occidentale.
Il canone occidentale impone che ci siano cose al di fuori della parola o cose sotto la parola, quindi che ci sia una sostanza o che ci sia qualcosa di ineffabile e che, pertanto, ci sia un principio del terzo escluso, un principio di non contraddizione, un principio d'identità. Questi sono postulati chiaramente formulati attraverso miti, ancora una volta, e quindi attraverso una certa ambiguità in Platone e in Aristotele, ma sono stati formalizzati e sono diventati un vero e proprio discorso della morte, un discorso di padronanza attraverso la filosofia della riforma e la filosofia romantica, quindi in reazione al rinascimento che era già il rinascimento secondo, cioè rinascimento originario, rinascimento della parola e la sua industria. E scrive ancora una volta, e perché non citarlo, Machiavelli: "La industria vale più che la natura". Ma la natura non è naturale; la natura è l'artifiziosa natura, quella che Leonardo chiama così, cioè la natura è nella parola.
Da dove vengono e dove vanno le cose, si chiede Lucrezio, ma la natura è nella parola, non è senza la parola, non è al di fuori dell'arca. Noi diciamo che siamo abituati a sentire che in qualche modo la sovranità, la sovranità dipende da qualcosa, sia in nome di qualcosa, in nome del nome, in nome di dio, in nome dello stato, in nome del popolo, in nome dell'essere. La sovranità sempre in nome del nome; in nome dell'essere, ora ontologia, oppure certamente in nome del popolo, in nome di dio, ma sono rappresentazioni. Questo principio del terzo escluso, che è il principio dell'Altro escluso, e quindi come principio di non contraddizione, come principio d'identità, implica il principio della moratoria.
Se noi accettiamo il canone occidentale, noi ci troviamo nella moratoria, ci troviamo ad aspettare, ad attendere, a promettere, a minacciare, a sperare che qualcosa finisca, che qualcosa muoia, che una soluzione avvenga, che un rimedio ci sia, che uno psicofarmaco ci sia, che il luogo comune ci sia, che, insomma, la calma regni sulla città, che la metropoli trionfi. Questa è la moratoria: stare ad aspettare, stare a vedere, sperare. Non è la speranza assoluta, non è la promessa assoluta e cioè non è il modo dell'apertura originaria, non è la questione aperta. Il canone occidentale chiude la questione, chiude subito, fa un'interrogazione chiusa, e cioè costringe ciascuno a stare nel cerchio, nella logica del sì o del no e quindi a rispondere o per il sì o per il no. Questo è il principio della moratoria, questa è l'indifferenza, l'indifferenza che diventa la nostra abitudine, il nostro abito, l'indifferenza che noi diciamo "in materia di umanità", ma è l'indifferenza in materia di parola, in materia di poesia, di arte, di impresa, di economia, di finanza, cioè il canone occidentale toglie la sovranità. Non è poco.
Quella che Platone chiama "la nobile menzogna", cioè che ognuno, ognuno e non già ciascuno, dovrebbe credere di avere un'origine, una casta, una classe, un insieme, insomma di appartenere e quindi di avere una linea che dipenda dalle Parche, che abbia un inizio, un seguito, una sequenza e che poi sia tagliata, sempre quindi in un modo assolutamente padronale, questa padronanza espressa appunto da un discorso che è proprio della morte. Il canone occidentale non è quello che descrive il nostro amico e autore Harold Bloom. Il canone occidentale è quello che toglie a ciascuno la sovranità. Ciascuno procede dall'apertura e non dall'interrogazione chiusa, non dalla chiusura, ma appunto il canone occidentale dice che i giochi sono già fatti, che ognuno è preso da una specie di ereditarietà.
Ancora oggi, troviamo le domande sui parenti, sulle malattie, sui beni e sui mali dei parenti. La famiglia è essenziale, ma la famiglia è la traccia, è la traccia della vita; è una famiglia che occorre in qualche modo inventare, è un mito, il mito della famiglia, mito e traccia, traccia cioè modo dell'apertura, modo della relazione. Se le cose procedono dalla relazione è perché la relazione non è sociale, non c'è rapporto sociale, non c'è più il rapporto sociale fra medico e paziente, fra padrone a schiavo, non c'è più questa anfibologia, soprattutto non c'è più l'anfibologia tra la vittima e il padrone. Noi siamo tanto abituati a crederci, a farci vittime; siamo tanto abituati alla rappresentazione, a rappresentare sè, a rappresentare l'Altro, credendo in questo modo di procurare la cura, la cura di sé e la cura dell'Altro, e in questo modo, quindi, preoccupati, presi dall'affanno, proprio attorno a sé e all'Altro. Ma il vizio è proprio questo, il vizio, cioè questa conoscenza, questa gnosi, questa presunzione di padronanza e che fa sì che ognuno possa credersi anche vittima, possa farsi vittima, possa farsi vittima di sé stesso.
Colui che si fa vittima di sé stesso sarebbe il migliore padrone di sé stesso. E c'è quindi anche farsi dio, farsi dio, farsi vittima, farsi dio per immolare sé a sé. Ma l'atto di Cristo è proprio questo: che non abbiamo da farci dio. L'atto di Cristo è proprio questo: non c'è più vittima; non c'è più vittima sacrificale, non c'è più nessuno da immolare. Nessuno di noi ha da immolarsi, nessuno di noi ha da farsi vittima né da rivendicare né da lamentarsi, cioè nessuno di noi ha da compiere più questo antropomorfismo, questo parlare di sé o dell'altro sempre in nome del nome, in nome dell'essere, per esempio, o in nome di dio. In nome di dio si compiono stragi, guerre, sempre in nome di, sempre cioè togliendo, togliendo la sovranità, la sovranità che appunto viene dal fatto che le cose che stanno nell'arca, nella parola procedono appunto dal due, procedono dall'apertura.
Noi, da trent'anni, siamo, abbiamo instaurato qualcosa che non ha niente a che vedere con la volgarizzazione della psicanalisi: ormai è un passepartout, è luogo comune, prima era un supporto per l'ideologia in vari paesi. Ma quello che abbiamo introdotto è qualcosa di assolutamente nuovo, e a un certo punto l'abbiamo chiamato cifrematica, cioè una scienza senza precedenti. La scienza che noi conosciamo, la scienza cui siamo abituati è una scienza che ad Atene si chiamava episteme, ma è una scienza che ignorava Gerusalemme, che ignorava Roma, che ignorava l'Etruria, è una scienza, quindi, che a un certo punto è lo stesso canone occidentale, è lo stesso discorso occidentale, è il discorso della padronanza, della padronanza sulla repubblica, sulla città, sulle cose, sulla vita. Quella scienza è fantasmatica.
La scienza è la scienza della parola. E la parola, appunto, abbiamo detto l'arca, abbiamo detto la vita, abbiamo detto qualcosa che non si rappresenta. Noi possiamo leggere attentamente la Bibbia dove si dice nessuna rappresentazione né di sé né dell'altro, né dell'immagine né della cosa, né di uomo né di donna, né di bambino né di anziano, nessuna rappresentazione. Ma noi siamo abituati, il nostro abito è questo, è rappresentazione. Noi, spesso, rappresentiamo il presente. "Mi presento". Ancora Lacan a Sant'Anna faceva la presentazione dei malati. Charcot presentava le cosiddette isteriche, le convulsioni, la presentazione, cioè il canone occidentale prescrive la presentazione, la presenza.
Non c'è più presenza, cioè l'originario non ha più la presenza. La presenza è propria a tutto ciò che sta nel cerchio, di tutto ciò che è preso nel cerchio, ma il cerchio sta al posto del due, al posto dell'apertura. Il sistema di cielo e di terra, che appunto Aristotele voleva, sta al posto del due, al posto dell'originario, al posto dell'apertura, al posto della relazione. Se la relazione è assoluta, se la relazione è originaria, se la relazione non è sociale, se non c'è più genealogia, non c'è più rapporto, rapporto sociale, ma appunto c'è proporzione e improporzione, simmetria e asimmetria, corpo e scena, giuntura e separazione. Questa è la relazione, e la combinazione stessa costituisce il nostro viaggio.
La cifrematica, con la sua logica, con le sue logiche, cioè la relazione, la funzione, l'operazione, la dimensione, la distinzione, dà il suo statuto sia alle scienze sia alle arti, alle invenzioni e sia all'aritmetica. Noi leggiamo gli scritti di matematica, leggiamo la logica matematica nel suo scacco, nei suoi fallimenti, però troviamo sempre questa presunzione, questa idea di padronanza e troviamo cioè sempre che è il discorso, è il canone occidentale a predominare, a prevalere, quindi sempre come una specie di algebra, algebra del nostro viaggio, e cioè la visione.
Noi vediamo, prevediamo, preveniamo quello che sarà il viaggio, ma questo non è la previsione. E la visione d'insieme non è la direzione, è la negazione della direzione. Il visionario è passatista; il visionario, ripeto ancora una volta, ha la testa rivolta all'indietro, sta a guardare la scia della nave; assolutamente nessuna ipotesi enuncia intorno alla direzione. Allora questo è essenziale. Se noi abbiamo questa idea di padronanza, noi possiamo sempre interessarci all'algebra, cioè affastelliamo, assommiamo, assommiamo le cose; le assommiamo, le sovrapponiamo. "E io, allora, devo fare tante cose, tante, tante, tante! Le vedo, le vedo! Quando, quando? Come? Come? Dove?" E questa è l'algebra. E noi soccombiamo, noi roviniamo, lo scrive Machiavelli che per quattro anni ha frequentato colui che è stato suo maestro nel vero, cioè Leonardo Da Vinci, e lo diceva Ludovico Ariosto, lo dicevano altri.
L'aritmetica, quindi, è propria della vita, è propria del ritmo. Trovare i dispositivi di ritmo che cosa comporta? Che noi non dobbiamo acquisire uno statuto sociale, cioè di appartenenza a una categoria, a un insieme, a una classe, a una corporazione. Lo statuto è intellettuale. E questo che è posto in rilievo dal brainworking, cioè qual è lo statuto intellettuale, qual è l'intellettualità della vita, qual è il cervello dell'impresa, dell'impresa, dell'azienda, dell'istituzione pubblica o privata, e in che modo, quindi, ciascuno è protagonista.
I tecnici sono certamente importanti per l'imprenditore, ma da consultare, e anche i tecnici occorre che tengano conto che corrono lo stesso rischio e compiono la stessa scommessa dell'imprenditore, cioè si trovano anch'essi nell'arca, anch'essi nella parola. È chiaro che ciascuno di noi ha delle idee che pensa che siano sue e che siano naturali, e in effetti, no, sono come Stefania Persico le chiama "barriere psichiche". Sono barriere psichiche, cioè sono quindi sbarramenti, sono impedimenti, sono rappresentazioni dell'ostacolo. L'ostacolo, per noi, è assoluto, cioè è l'oggetto, ciò che si getta contro che noi non vediamo, che noi non tocchiamo, che non prendiamo: lo specchio, lo sguardo, la voce, cioè il punto, il punto di distrazione, il punto di sottrazione, il punto di astrazione oppure il contrappunto.
Il contrappunto, quindi il punto di caduta, il punto di fuga, il punto di oblio. Ma questo è l'oggetto, è l'oggetto che è ostacolo, assoluto, ma è la condizione, la condizione del viaggio. L'ostacolo non ha da rappresentarsi, non si può rappresentare, perché rappresentarlo vale appunto a rappresentare noi stessi, a rappresentare l'altro, ad attribuire una serie di negatività, a presentarci, ad avere davanti la lista dei mali, delle cose negative, oppure a credere che ci sia un'alternativa, che siano logiche dell'alternativa, che noi ci troviamo sempre dinanzi all'alternativa, a scegliere tra il positivo e il negativo. No. Non è affatto così.
Il positivo e negativo sono quello che i retorici chiamano l'ossimoro, cioè sono ironia. Ironia che cos'è? Interrogazione, ma interrogazione ancora una volta aperta, questione aperta, quindi che sta, per dir così, alle nostre spalle. Ma queste barriere psichiche, queste idee che noi crediamo nostre, questa lingua che noi crediamo la nostra lingua, quella lingua in cui noi ci parliamo come se fosse una lingua naturale, come se fossero le nostre idee naturali, ecco, tutto questo, tutto questo è un freno. Non è l'ostacolo il freno, non è l'ostacolo l'impedimento al viaggio; l'ostacolo è la condizione della riuscita del viaggio.
Queste idee, invece, sono l'impedimento, sono quelle che frenano, frenano l'impresa, per esempio. Frenano l'impresa. Sono idee attorno a cui noi costruiamo tanti ricordi, ma cancelliamo, cancelliamo la memoria. La memoria è già invenzione e arte; la memoria in atto è già invenzione e arte. E invenzione e arte, invenzione e arte, sono la struttura del viaggio; sono anche la struttura della città, la struttura dell'impresa. E questa struttura viene portata a conclusione se la nostra idea opera, se è l'idea dell'ostacolo assoluto. Se l'idea è l'idea dell'ostacolo assoluto, non si rappresenta né noi ci rappresentiamo, né possiamo mai rappresentare l'altro, perché rappresentare l'altro significa averlo già tolto, soppresso, espunto, cacciato, escluso. Anche la città, che ieri sera Cristina Frua De Angeli, a Venezia, chiamava la città della vita, anche la città è in viaggio. Anche la città, anche Padova è nell'arca.
Quello che noi ci siamo trovati a fare con una certa forza intellettuale in questi trent'anni, è senza nessun vittimismo, senza fatalismo e diciamo che dissipa ogni idea di predestinazione ancora oggi attualizzata dalle mappe genetiche e cioè da alcune costruzioni che sono ancora una volta basate su Atene, escludendo Gerusalemme, cioè escludendo la questione della nominazione, la questione della parola, la questione del viaggio, la questione intellettuale. Togliere l'intellettualità dalla parola, dal viaggio, dalla vita, dalla città, dall'impresa signica appunto portare la città, l'impresa, il viaggio a una continua rappresentazione, a un rumore perpetuo, come lo chiamava appunto Leonardo Da Vinci.
Noi andiamo in direzione di qualcosa che abbiamo chiamato università; università, impresa e cioè verso qualcosa dove ci sia da una parte il cammino, con le sue arti, con le arti, e dall'altra parte il percorso con le invenzioni e la cultura. Lungo il percorso gli effetti di senso, di sapere e di verità. Questi effetti sono effetti del percorso, ma nella nostra abitudine sono sempre state assunte come cause. Anche il sapere è presupposto come causa, viene creduto già stabilito, già rappresentato da alcuni significanti, da alcuni elementi, come se questi elementi avessero appunto una loro sostanzialità e fossero appunto in qualche modo istituzionali o costituzionali. No. Il sapere è effetto, non può essere distribuito; è effetto, effetto lungo un percorso, e questo effetto non si produce se l'uno si divide in due. Se l'uno si divide in due, noi stiamo a inseguire il doppio, le duplicazioni, a fare il confronto con l'Altro, con gli altri, cioè avendoli già soppressi e cioè ogni volta a rappresentare noi, a rappresentare noi negli altri, ogni volta ad attribuire all'altro il male, il peccato, l'incesto. Il male dell'altro, come voi sapete, si chiama malattia mentale, che è una creazione appunto della mitologia psichiatrica. Allora è stato accennato a questo dispositivo.
Noi ci troviamo nella fiaba. Le cose si dicono. Non siamo noi a dirle. Le cose si dicono. Non è una nostra facoltà dirle, una nostra possibilità. Le cose si dicono, questa è la fiaba, la fiaba originaria. Le cose si fanno e questa è la favola, la fabula, la fabrica, l'industria. Le cose si fanno, questa è la favola, la nostra favola. Ma le cose che si dicono e che si fanno, che si dicono e che si fanno nella parola, queste cose si qualificano, si scrivono, si cifrano. Allora non c'è più il principio della moratoria, non dobbiamo più stare ad aspettare. La questione essenziale è che il disagio stesso è una virtù del principio della parola, non è disagio mentale.
Il disagio stesso, l'inquietudine, e la città di Padova certamente non è esente, come ciascuno di noi, dal disagio e dall'inquietudine, inducono verso il progetto e verso il programma, verso il progetto di vita e verso il programma di vita. Questo che cosa indica? Che il cervello, cioè il dispositivo intellettuale, procede dall'apertura ed è dispositivo di direzione, dispositivo di qualità, e questo è questione, dunque, di sovranità. Questa è la sovranità. Non già rappresentarsi, instaurare conflitti o litigi in nome del nome o in nome di dio. Dio non si lascia rappresentare. E tutto ciò che noi possiamo dire in nome di dio è soltanto antropomorfismo, cioè è soltanto patetico.
Questa è la nostra domanda, allora, di cui ci occupiamo. E per i prossimi trent'anni il programma è questo, che una città come questa, come Padova, proprio la imprenditoria, per la forte densità imprenditoriale, per la sua curiosità intellettuale, per la ricerca in ciascun settore, per l'opera degli artisti e degli scrittori, questa città ha da divenire più che mai città planetaria. Città Planetaria. Ciascuna casa, la casa della città planetaria. E perciò nulla è più come prima. Dopo l'11 settembre, si dice, nulla è più come prima. Ma nulla ha da essere in ogni caso come prima; nulla, in nessun modo, è mai come prima. Nulla dev'essere ripristinato, nessuna restituzione in pristino. Ciò che avviene, avviene; ciò che è nell'attuale, ciò che è nell'atto di parola, ciò che è nell'arca è senza precedenti, e quindi non c'era prima, non è mai stato. Non è mai stato. C'era, era, anzi era nel mito, nella fiaba, ma non è mai stato, non è mai stato; è in atto.
È per questo che noi leggiamo le fiabe, le favole del Vangelo, della Bibbia, di Atene, di Roma, della Russia, dell'India, del Giappone, le leggiamo quindi alla luce dell'attuale; le leggiamo come cose che stanno nell'arca e quindi come la nostra fiaba, come la nostra favola, come la nostra saga, e questo può avvenire soltanto sospendendo, attraverso questa epochè, sospendendo il canone occidentale, sospendendo ogni abitudine che noi abbiamo, ogni conformismo che noi abbiamo. E il conformismo peggiore, l'ho detto più volte, è il conformismo verso se stessi. Ma il conformismo verso se stessi parte da che cosa? Dalla rappresentazione di sé. Se questa rappresentazione è impossibile non c'è conformismo, se la rappresentazione dell'altro è impossibile non c'è conformismo. Non c'è da uniformare né da conformare assolutamente nulla.
Da qui, da qui dunque l'approdo che è qualcosa che può interessare ciascuno, ed è ciascuno che non sia soggetto. Anche questa è una cosa che è sorta di recente. Non è sorta propriamente con Platone e Aristotele; potrebbe esserci qualche premessa, qualche postulato, certamente lì il canone occidentale è una premessa, ma il soggetto è sorto con la filosofia della riforma, con l'ideologia della riforma. Il soggetto è sorto da Cartesio in poi fino alle discipline: la psicologia, l'antropologia, la sociologia, le varie logìe. E quando il soggetto è soggetto, è sorto, allora viene trattato; viene trattato perché diventa il supporto, il garante del discorso, del discorso di padronanza. È soggetto. Se è soggetto, dimostra che la vittima c'è ancora, che l'atto di Cristo è invano, è cancellato, che la memoria è cancellata, che la civiltà non c'è più! Ma il teorema essenziale dell'atto di Cristo è questo: non c'è più vittima, non c'è più vittima da sacrificare. Nessuno ha da credersi più vittima o da rappresentarsi in nessun modo.
Nessuno, quindi, ha da compiere, ripeto, questa moratoria; nessuno, quindi, deve sottostare al minimo comune che è il principio di moratoria. Questo principio di moratoria non prospetta l'umanità, l'humanitas, prospetta invece il discorso della morte. Ma il principio di moratoria cancella la medicina come mezzo della parola, come particolarità della parola, come idioma, e cancella il diritto, il diritto che è diritto dell'Altro. Il diritto non è qualcosa che appartenga al discorso giudiziario. Il discorso giudiziario è il discorso occidentale, il discorso giudiziario è un cerimoniale proprio al discorso occidentale dove si gestisce un presunto potere come causa, e ogni volta si deve abbattere un potere in nome di un potere invisibile per costruire un potere necessario, minino, ultimo, inteso come minimo comune male ultimo e sempre dovendo scegliere fra il minimo e massimo male, credendo insomma in una superiore sintesi che starebbe appunto al posto della sovranità. Il diritto.
Il diritto non è nemmeno quello che è stato chiamato con la rivoluzione francese e con la sua ghigliottina o con il colpo di stato di ottobre, o con lo psicofarmaco il diritto dell'uomo. Il diritto è il diritto dell'Altro, dell'Altro che non può essere espunto, escluso, tolto. Il diritto dell'Altro, il diritto dell'ospite, e questo diritto ha delle virtù che lo costituiscono: appunto la generosità, l'indulgenza e quella che San Carlo Borromeo chiamava l'umiltà, humilitas, cioè la disposizione all'ascolto.
Le arti, le invenzioni non si vedono, si ascoltano. La politica è politica dell'Altro, politica del tempo, politica dell'ospite e questa politica diviene politica dell'ascolto. L'ascolto. Ma questo ascolto, dove avviene? Quando avviene? E qui la Pentecoste, la Pentecoste cioè le cose che si fanno si scrivono, ma si scrivono attraverso la lingua diplomatica. Questa lingua diplomatica non è stata inventata a Gerusalemme, non è stata inventata propriamente, nonostante gli atti degli apostoli, con la Pentecoste; è stata inventata da Niccolò Machiavelli.
La lingua diplomatica è certamente la lingua della Pentecoste, è la lingua dell'intendimento, la lingua della comunicazione. Si discute tanto di comunicazione, ma si intende una cosa che è la negazione della comunicazione, si intende il riporto, l'equazione della comunicazione al luogo comune. Con comunicazione si intende la luogocomunicazione, si intende il luogo comune. Il luogo comune è superstizione, ma nella migliore delle ipotesi è uno stereotipo. Ma la comunicazione è senza contatto; è telecomunicazione, e cioè comunicazione da lontano, comunicazione, come la chiamava Kirkegaard, indiretta, è comunicazione, cioè, la cui base è nell'immunità. Nell'immunità.
Non abbiamo da farci carico di nulla, da assumere nulla e da portare pesi, non abbiamo quindi da lasciarci andare. Ci sono tante giostre per il rilassamento, tante mitologie del rilassamento. Ma che significa? Lasciarsi andare. Lasciarsi andare. Chi si lascia andare che cosa fa? Ebbene, è molto semplice: perde l'immunità. Perde il dispositivo immunitario. Non lo rende insufficiente, non c'è più!
Il dispositivo immunitario si instaura soltanto facendo e non non facendo, non con la moratoria, non con il principio della moratoria. Con il principio della moratoria si fa l'immunologia; l'immunologia, ancora un'altra logia, ma non l'immunità, non l'immunitas, cioè il non farsi più carico del male di sé o dell'altro, perché, per farsi carico del male, bisogna intanto attribuire all'altro il male, rappresentare l'altro, averlo già soppresso.
Mi confronto con i tecnici, è chiaro che non si tratta soltanto di banche d'affari o di fiscalisti o di avvocati, si tratta anche di medici, e anche con loro si tratta di discutere di queste cose che loro chiamano estreme, ma le cose sono estreme nella parola; questo estremismo delle cose sta nella parola. E non c'è mediazione, conciliazione nell'apertura, cioè l'inconciliabile è proprio dell'apertura. L'ombra, diceva Leonardo, è l'indice dell'inconciliabile dell'apertura, della relazione, e quindi questo estremismo è proprio dell'apertura, è proprio quindi delle cose che stanno nell'arca, dipende dal fatto che sono insonstanziali, cioè non c'è niente sotto. Non c'è niente sotto, nulla sta sotto: né sotto, né sopra, né in basso, né in alto. Il viaggio non è costituito dall'alto e dal basso. Allora non dobbiamo farci soggetti dell'alto e del basso; né dell'alto, né del basso, Quindi, appunto, quando qualcosa ci sembra che sia una vittoria, dovremmo quindi avere chissà quale eccitazione, quale euforia.
E quando c'è qualcosa che ci sembra una sconfitta, allora dovremmo lasciarci andare, demoralizzarci e così via, ma non c'è questo alto, questo basso lungo il viaggio. Non c'è l'alto e il basso. L'alto-basso, l'alto-basso come nord-sud, come giuntura e separazione, come positivo e negativo, è qualcosa che abbiamo chiamato ossimoro, cioè una questione aperta. È vita-morte, è la questione aperta, la questione aperta cioè il modo, ancora una volta, dell'apertura, della relazione da cui procedono per integrazione le cose. Ma le cose procedono lungo il viaggio. Questa è la procedura,la procedura per integrazione, non è procedura secondo il canone occidentale. Questa è la restituzione da compiere. Io ho accennato al granello di sabbia, per ciascuno di noi, da restituire, ma in effetti è una restituzione di ciò che non abbiamo ricevuto. La memoria è in atto. Noi possiamo restituire come prima le cose che ricordiamo, ma i ricordi sono sempre falsi ricordi, stanno sempre al posto della memoria, sempre al posto della memoria; i ricordi sono modi di rappresentarci, sono modi di costituire il nostro abito. Ma noi, come già era chiaro, siamo senza l'abito, senza l'abitudine, senza la rappresentazione, senza questa indifferenza, appunto, in materia di umanità.
Dicevo quindi che anche i tecnici, come medici, bisogna pure che siano interpellati; ci sono alcuni che sono validi. Ci sono certamente mitologie, tutto è mescolato con un concetto di salute mentale, e lì qualsiasi malattia è creduta dalla mitologia medica come mentale, cioè che in nessun modo debba mentire perché deve sempre significare la morte. Ma ci sono medici, come ci sono, ripeto, altri tecnici, che hanno una certa lucidità. Allora certamente si tratta di instaurare con ciascuno un dispositivo, ma si tratta di instaurare un dispositivo con chi ancora è in vita e combatte.
Noi siamo combattenti, ciascuno di noi è combattente. É combattente indica che cosa? Che è dispositivo di battaglia, che è cervello, che è statuto intellettuale e non sociale e che vive e viaggia in direzione del vero capitale. Qual è il vero capitale? Il capitale intellettuale, la qualità intellettuale e quindi la cifra. Se Padova è senza più il principio della moratoria, se Padova è sovrana nel senso che procede dall'apertura, dalla relazione, dall'assenza quindi di genealogia, come in effetti è Padova, Padova è la mia città. Io sono padovano, e questa Padova diviene per ciascuno di noi il pianeta. Grazie. Ruggero Chinaglia Ci troviamo, ora, nella tensione della domanda, della nostra domanda dopo questa straordinaria conferenza, e questa tensione comporta che non finisce qui, e infatti proseguiamo, sin dalle prossime settimane, con i vari appuntamenti, convocando scrittori, artisti qui nella città.
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